Anno XVI, n. 177
ottobre 2020
 
La cultura, probabilmente
Andrea Camilleri fu certamente
un grande scrittore. Ma nei suoi testi
il ruolo della donna appare vecchio
e caratterizzato da aspetti retrogradi
Fabiana Desogus, “femminista storica”, esamina nel dettaglio
come l’autore siciliano abbia avallato stereotipi maschilisti
di Fulvio Mazza
Fabiana Desogus, sarda di nascita e romana d’adozione, è una “femminista storica”. È anche a lei (e, più in generale, alla sua generazione di donne impegnate nella politica e nel sociale) che dobbiamo quelle conquiste di civiltà che, sbocciate alla fine dell’Ottocento, erano poi state ricacciate indietro dal fascismo. Quelle conquiste di civiltà che nel secondo dopoguerra avevano ripreso il cammino in un modo assai più faticoso rispetto a quanto si potesse immaginare.
Tale cammino dovette, difatti, superare la melma della cultura clericale, che voleva relegare la donna nel ruolo di madre e di moglie, e della cultura comunista che… beh, anche!
Non è stato facile, per la giovane Fabiana e per le sue compagne di lotta, affrontare questi due colossi politici e culturali e rivendicare quanto oggi, grazie alle “Fabiane” di allora, ci sembra l’ovvio che più ovvio non v’è: la parità giuridica fra donna e uomo.
Oggi, difatti, troviamo ovvio che le donne, al pari degli uomini, possano fare i concorsi per la Magistratura, che le mogli non siano soggette ai mariti, che lo stupro sia un reato contro la persona vittima e non, genericamente, contro la morale dello Stato, eccetera eccetera eccetera.
Ma prima che le tante “Fabiane” scendessero fieramente in piazza, ciò non era affatto scontato; anzi, c’erano leggi chiare e nette che statuivano la supremazia maschile.
Oggi, ripetiamo, grazie alle tante “Fabiane”, che hanno duramente lottato contro il maschilismo, l’uguaglianza giuridica è pressoché raggiunta.
Ci sono, in verità, alcune nefandezze giuridiche ancora da risolvere, figlie di un disgraziato articolo della Costituzione: il 29.
Se, tanto per fare un esempio, la legge sulla trasmissione del solo cognome paterno ai figli rimane nella legislazione e non può essere dichiarata incostituzionale è proprio a causa di quel famigerato articolo ove troviamo scritto che la legge può limitare l’uguaglianza dell’uomo e della donna «a garanzia dell’unità familiare».
Ma, a parte qualche residuo, grave certamente ma comunque abbastanza circoscritto, l’uguaglianza giuridica è una conquista dunque sostanzialmente acquisita.
Quella che non è affatto acquisita è l’uguaglianza sostanziale nella vita sociale di tutti i giorni.
Il contesto culturale italiano è assai retrogrado e tale arretratezza non caratterizza solo il campo conservatore (il che potrebbe anche essere comprensibile), ma anche quello progressista.
Un esempio? Si veda il caso delle targhette che vengono messe sulle porte di casa e sui citofoni ove il cognome dell’uomo viene spesso prima di quello della donna, anche a onta dell’ordine alfabetico (“referendum lampo” fra i lettori di queste righe: la targhetta di casa vostra segue l’ordine alfabetico o il nome del “maschio di casa” viene comunque prima di quello della moglie/compagna?). Tutti diciamo che deve mutare la cultura popolare prevalentemente maschilista . Giusto: clap, clap, clap (grazie, grazie).
Ma, al di là degli slogan, come la si cambia? Da dove partire? E con quali strumenti?
Tutti siamo abbastanza concordi che un ruolo preminente di opinion marker lo svolgono gli intellettuali in generale e, fra questi, hanno una funzione fondamentale gli scrittori, quegli artisti della parola e delle suggestioni, che spesso riescono a raggiungere menti e cuori, animi e anime, più e meglio dei Tg.
Questo avviene molto più spesso quando si tratta di intellettuali “impegnati” rispetto a quando ci troviamo dinnanzi a semplici scrittori d’evasione.
Andrea Camilleri, senza ombra di dubbio, appartiene alla prima categoria.
Ricordiamo, con riconoscenza, fra i diversi esempi che potremmo fare, quanto sia riuscito a far comprendere, grazie ai suoi romanzi, circa la necessità di un approccio solidale verso i migranti che – fuggendo dalla fame o dalla guerra poco importa – giungono stremati sulle nostre coste, opulente di ricchezza ma povere di umanità.
Ma sussiste un altro importante settore civico e culturale ove colui che molto spesso è stato definito un “Maestro” ha svolto un ruolo controverso in merito alla questione della liberazione della donna dalla cultura maschilista.
Per ragionare su tale punto fondamentale ci siamo rivolti, appunto, a Fabiana Desogus che oltre ad essere persona di fine cultura letteraria è anche, come accennavamo all’inizio, una “femminista storica”. Delle sue esperienze di lotta femminista, sempre in prima fila su tutti i fronti della militanza attiva, ricorderemo, un po’ per tutte, quella del Collettivo della “Libreria delle donne” di Cagliari.

Qual è, in generale, il suo parere circa l’attività di intellettuale e di scrittore di Andrea Camilleri?
Ho sempre ammirato l’uomo e l’intellettuale “Camilleri”, non posso purtroppo anche ammirare il suo porsi riguardo alle figure femminili nelle sue opere ma soprattutto nella serie Tv Montalbano, dove le donne sono sempre relegate in angoli bui e all’ombra di qualche “grand’uomo” (o presunto tale), impegnato in qualcosa di utile, grande e importante mentre le poverette, ridotte a mera cornice e subalternità, impegnate solo a mettere in mostra il meglio di sé, che non sono certo l’intelligenza e la creatività, coccolando stereotipi beceri che si ripetono, nei secoli fedeli.
È con dispiacere che constato questo stato di cose, avrei apprezzato un maggiore senso di responsabilità in un intellettuale intelligente, ironico e di grande cultura come lui. Non trascuro il suo appartenere ad una generazione che ha attraversato quasi un secolo, ma che questo secolo, ha visto, fortunatamente la condizione della donna, avanzare in autonomia, autosufficienza, e crescita personale nella società così come in tutti gli aspetti della vita. È proprio per questo che, ribadendone la stima, speravo che se ne fosse accorto.
Vengo da un lungo passato di lotte e so quanto possa essere faticoso modificare mentalità incancrenite da retaggi di vario tipo, non ultimo quello religioso, guarda caso d’invenzione maschile. Proprio perché la lotta non è mai finita che mi sarebbe piaciuto che un uomo intelligente come lui si approcciasse all’argomento in maniera differente considerato, oltretutto, il mezzo di trasmissione scelto che ha la grossa responsabilità di una larga diffusione. Un’occasione persa, direi.

Entriamo nello specifico. Qual è, a suo avviso, la figura femminile che emerge dall’opera letteraria di Camilleri?
Necessita una premessa: parlerò di Camilleri attraverso la sua opera più nota, Il commissario Montalbano. Lo faccio per due motivi.
Il primo è che Camilleri sta a Il commissario Montalbano come Virgilio sta all’Eneide, o come Dante sta alla Divina Commedia, o ancora come Manzoni sta a I Promessi Sposi, e cioè che, pur avendo ciascuno di loro scritto molto altro, possono essere analizzati attraverso la loro opera principale o, per meglio dire, la più nota.
Anche perché, e qui andiamo al secondo motivo, quasi tutti conoscono Montalbano mentre solo pochi conoscono le altre opere di Camilleri.
Discettare su qualcosa di nicchia, che pochi hanno possibilità di comprendere e verificare, quando si può parlare di qualcosa di buona comprensibilità generale, sarebbe sciocco. In questo stesso senso possiamo identificare la serie televisiva alla stessa stregua dei romanzi in quanto lui si è sempre identificato anche in quelli. E ne ha costantemente attestato la conformità.
In tal modo, ripeto, molte più persone potranno seguire il nostro ragionamento.

Bene. Rettifichiamo allora la domanda. Qual è la figura femminile-tipo che emerge dai romanzi e nei filmati di Montalbano?
Diciamo, soprattutto, che non emerge. La donna non esiste. Esiste solo un mondo maschile. Maschio è il capo, maschio il vice (Mimì), maschio è il vice del vice (Fazio), maschio è il vice del vice del vice (Galluzzo). Maschi sono i procuratori della Repubblica, i questori, i medici legali, i colleghi al vertice degli altri Commissariati di Polizia. Anche il direttore del giornale locale è maschio.
Un mondo solo maschile che viene squarciato, ad un certo punto del racconto, dalla prorompente figura di una donna. Una figura femminile sempre diversa ma sempre uguale: tette prorompenti, labbra stile yacht, che sta a gambe provocatoriamente accavallate oppure che ancheggia a culo battente.

Quali tipi di donna caratterizzano i romanzi di Montalbano?
Sono sempre gli stessi: quelli che ho descritto poco fa. Non c’è alcuna varietà. Anzi, no: qualche volta emerge una cameriera, un’infermiera e, quando vuole proprio esagerare, una poliziotta. Ma non graduata, beninteso. Anzi no. Ricordo un episodio dove c’era qualche scena con una ispettrice di Polizia. A pensarci bene era cretinotta e particolarmente “bbbona”. Ma non sottolineerei questi due pur importanti fattori che confermano, peraltro, il quadro d’insieme che ho posto. Vorrei sottolineare che mi è rimasto impresso quell’episodio perché, una tantum, si è vista una donna che faceva qualcosa che andava al di là del ruolo costante esercitato in cucina o nel letto.

C’è chi difende Camilleri dicendo che si limita a descrivere oggettivamente una società maschilista. Lei condivide?
No. E, quand’anche volessimo ammettere che descrivere una società maschilista è “obbligatorio”, visto che l’ambientazione è quella di un paesino siciliano (ma non poteva ambientarlo a Taormina o nel centro di Palermo?) bisogna purtroppo notare che anche gli ambienti istituzionali sono di impronta maschilista. Mi perdoni se in parte mi ripeto, ma in tutta Italia i commissariati sono pieni di donne-poliziotto. In quelli descritti da Camilleri no. In tutta Italia incontriamo molto spesso procuratori, questori, commissari donne, ma il commissario Montalbano incontra solo personaggi maschili.

C’è chi critica Camilleri notando che tutte, o quasi, sono supermaggiorate dalle labbra, al seno, ai fianchi, ecc., che sono sempre, o quasi, vestite in modo superprovocante, sempre, o quasi con spacchi e décolleté vertiginosi. Lei come la pensa?
Che, purtroppo, hanno ragione.

Tali critici notano anche che, in ogni caso, le donne sono quasi sempre l’origine morbosa del delitto quotidiano. Lei come la pensa?
Che, purtroppo, è vero anche questo. Molto spesso le donne dei racconti di Montalbano sono in effetti le morbose protagoniste (meglio: le “cause”, perché le donne in Montalbano non sono protagoniste nemmeno nelle figure negative) di torbide vicende. Insomma: donne-oggetto anche in questi casi.

Come giudica che fra le donne c’è poca sensibilità sull’argomento?
È il riflusso.
Negli anni Settanta, una sola puntata di Montalbano, avrebbe scatenato un coro di insulti e di critiche da parte delle donne. Ora sono proprio le donne a difenderlo a spada tratta e questo dimostra quanto sia radicata quella immagine e di quanto, a volte, le donne ne siano complici. Una sana solidarietà femminile avrebbe reso, a parer mio, l’attuarsi di questa condizione, più difficile.
C’è tanta strada ancora da fare e non ci sarà piena libertà fino a quando non si avrà il coraggio di fare una seria critica del pensiero degli schemi sociali, politici, economici, giuridici, religiosi e artistici che un mondo, dominato dal maschio, ha prodotto a proposito delle donne. Ribellarsi agli stereotipi, senza abbassare mai la guardia, è un diritto per noi donne ma soprattutto un dovere, diversamente si rischia di vanificare decenni di lotte e questo sarebbe un fallimento che io non posso assolutamente accettare.

C’è chi dice che è scorretto criticare una persona che, essendo morta, non si può difendere. Lei come la pensa?
Che allora non potremmo nemmeno criticare (o apprezzare) i già citati Virgilio, Dante, Manzoni, eccetera.

In un pubblico dibattito Camilleri viene attaccato per il suo antifemminismo. Lei viene chiamata a difenderlo. Rammentando i suoi grandi pregi letterari e il suo importante impegno solidale, lei decide di farlo. Cosa argomenta a sua difesa?
Ricorderei i suoi meriti artistici e culturali sui temi non relativi al rapporto uomo/donna. E, su quelli, invocherei la “clemenza della Corte”…

Abbiamo notato, e lo ha affermato lei prima, che sono soprattutto le donne che difendono a spada tratta Camilleri dalle accuse di antifemminismo. Perché, secondo lei?
Purtroppo non è una novità. Molto spesso sono state vaste fasce di donne a non rilevare gli atteggiamenti antifemminili degli uomini. Spesso, troppo spesso, sono acquiescenti, giustificazioniste al limite della “sindrome di Stoccolma”. Il cliché della donna che, per natura, deve essere ancilla dell’uomo non è accettata consciamente, ma si incunea nella psicologia della donna (e, ancor più, ovviamente, dell’uomo, sempre pronto a trovare margini !). Ma, per fortuna, ci sono anche tanti esempi di donne che si sono unite e che sono riuscite a portare a termine grandi battaglie come il nuovo Diritto di famiglia, l’interruzione volontaria di gravidanza, il divorzio e, per ultimo, a bloccare la controriforma Pillon.

Non ha citato il voto alle donne.
E ci mancherebbe pure che le donne non avessero il voto! Ma poi Non l’ho citato anche perché questa conquista mi ha fatto ricordare un recente libro dell’Anpi sulle “21 madri costituenti” che mi ha fatto inalberare assai facendomi diventare quasi antipatica la Resistenza e la Costituente.
Ovviamente sto esasperando il concetto per amor di paradosso. Ma l’incavolatura contro l’Anpi c’è tutta.

Cosa dice il libro che non è garbato? Nel fare le biografie delle Costituenti l’Anpi ha messo il nome del marito accanto a quello della moglie e ha ricordato che Togliatti lasciò Montagnana per andare a convivere con Iotti. Con tutti i dati politici che c’erano da dire sui tre, c’era proprio bisogno di inserire questo elemento così pettegolezzaro?

In effetti no. Condividiamo appieno il suo pensiero, tant’è che siamo intervenuti con una presa di posizione pubblica [1].
Abbiamo notato che, oltre a dire Togliatti senza articoli che precedono il cognome, ha detto anche Montagnana e Iotti e non, come si usa comunemente, “la Montagnana” e “la Iotti”. C’è una ragione specifica?

Eccome! Usare l’articolo prima del cognome è un atteggiamento maschilista che sottintende il seguente concetto: “caro interlocutore, ti evidenzio che si tratta di due donne”. Come per dire: “il mondo è fatto di uomini, ma ogni tanto incorriamo in qualche donna, ti faccio notare l’anomalia apponendo l’articolo prima del cognome”.

Ha copiato da noi?
No, perché?

Perché nel nostro Nuovo Manuale pratico di Scrittura affermiamo che nel caso di cognomi di persona comuni (e quindi non di persone particolarmente autorevoli), «[…] è uso abbastanza diffuso non anteporre gli articoli determinativi davanti a cognomi di uomini e preporlo, invece, davanti a cognomi di donne. Per antica consuetudine espressiva che si direbbe discriminante, il genere grammaticale maschile prevale sul femminile.
Sottintendendo implicitamente che il mondo è normalmente maschile, apparirebbe superfluo e ridondante sottolineare il genere quando si tratta di uomini. Quando si è invece in presenza di categorie femminili (quasi a sottolineare l’eccezionalità, la stranezza, che sia una donna a fare questa o quell’altra cosa!), si usa anteporre l’articolo per esplicitarne il genere. Quindi è diventata un’abitudine abbastanza consolidata anteporre l’articolo determinativo davanti a cognomi di personaggi femminili comuni, quali attrici, cantanti, giornaliste, professoresse, premi Nobel… Pertanto abitualmente non troveremo scritto “il Carli” o “il Rossi”, ma la Bonino, la Fendi, la Iotti, la Kidman, la Pausini, la Theron, la Versace. Riteniamo tuttavia che si tratti – è bene ribadirlo, vista l’importanza del concetto – di una tendenza scorretta che si riflette anche nella lingua e che, come tale, sarebbe opportuno evitare in quanto “Il linguaggio monosessuato è un potente strumento di oppressione culturale: discrimina le donne in quanto tali, esclude il genere femminile, emargina sia il femminino (sic!) che la femminilità, sminuisce l’espressione del femminile e la subordina al maschile”»[2].


Bene!

Tornando a Camilleri. C’è almeno una figura femminile che potrebbe essere presa come esempio positivo di donna moderna e emancipata? Livia, magari?
Livia? La fidanzata del commissario che sbava perennemente per essere sposata? E che non pensa ad altro che ad andare in vacanza? Le scene che più mi sono rimaste impresse in mente sono quelle di Montalbano che, come tutti i “maschi alfa” che si rispettino (spero si colga l’ironia), sono occupati in faccende importanti e che, per tali ragioni, danno spesso e volentieri “buca” alla Livia di turno che attende invano di fargli gustare i suoi piatti prelibati o di partire per la nuova vacanza.
D’altra parte, diciamocelo: di cosa possono pensare le donne se non a sposarsi, andare in vacanza e fare pranzetti prelibati?

C’è chi dice che la supremazia dell’uomo sulla donna è innata nella natura umana (si noti come il termine umano sia sottilmente maschilista), e che si trasmette da padre in figlio (idem) sin dalla “nascita” dell’uomo (arridaje). Lei come la pensa?
Che è una corbelleria tremenda.
Partendo da una società matricentrica, la donna è stata gradualmente resa schiava di una identità costruita a seguito dell’appropriazione del potere politico, economico, religioso, da parte dei maschi. Questa identità, nel corso dei secoli, l’ha resa schiava del padre, fratello, marito, figlio, amante, in un rapporto continuo di sudditanza e che l’ha trasformata in proprietà e poi ridotta ad una merce, corpo e anima.
La piena libertà delle donne verrà raggiunta solo conducendo una lotta estenuante contro un sistema di potere, a tutti i livelli e tutta la società civile dovrebbe farsene carico.
Le esperienze delle donne curde e di Non una di meno, per citare solo un paio di esempi, dimostrano che quando le donne solidarizzano sono capaci di grandi trasformazioni.

[1] Sull’argomento cfr.: www.bottegaeditoriale.it/bottega/news.asp, alla data del 23/11/2019.

[2] Bottega editoriale - Rino Tripodi, Nuovo Manuale pratico di Scrittura, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2016, pp. 184-185. (L’intervista è stata raccolta nel dicembre 2019)

Fulvio Mazza

(direfarescrivere, anno XVI, n. 168, gennaio 2020)
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