Anno XV, n. 167
dicembre 2019
 
La cultura, probabilmente
La verità sui cosidetti “zingari”: intralci,
tristi luoghi comuni e realtà dei fatti,
fino ad alcuni piccoli passi in avanti
Per Rubbettino editore, Valeriu Nicolae racconta la sua storia
di rom romeno, tra emarginazione sociale e, infine, il riscatto
di Michela Mascarello
«In quanto zingari, abbiamo il vantaggio di avere tutti quanti le stesse caratteristiche.[…] Stirpe di veggenti, streghe e bambini che non si ammalano mai. A noi le regole scientifiche che governano la realtà non si applicano».
Se la lotta al razzismo si combatte ormai da diverso tempo (già a inizio Novecento l’antropologo Franz Boas [1] negò il fondamento biologico al concetto di “razza umana”, cosa che in seguito è stata dimostrata anche dalla genetica e dall’antropologia molecolare: la specie umana, e non quindi razza, è una sola; i singoli geni sono presenti sostanzialmente in tutte le popolazioni umane, anche se con frequenza differente; un’elevata variabilità genetica si riscontra in misura di gran lunga maggiore fra un individuo e un altro, anziché fra un popolo e un altro), indubbiamente c’è ancora molto da fare se pensiamo, per esempio, alla permanenza del termine “razza” nei vari testi costituzionali.
In particolare, in tutto il mondo, e specialmente in Europa, persiste tuttora una forte discriminazione verso i cosiddetti “zingari”. Ma chi sono realmente? Le loro consuetudini hanno ragione di essere da noi reputate così strambe e deprecabili?
Valeriu Nicolae, in parte rom e in parte romeno, ha provato a fare chiarezza al riguardo scrivendo La mia esagerata famiglia rom (Rubbettino editore, pp. 194, € 14,00).

La storia di uno che ce l’ha fatta
«In questi densi racconti c’è tutto quello che vuol dire essere rom nell’Europa di oggi: le speranze e le risate, le umiliazioni e le battaglie. E un futuro ancora tutto da costruire».
Con uno stile squisitamente ironico, quasi ipnotico, che tiene incollati alla pagina, l’autore immerge i lettori all’interno del mondo rom, che egli conosce benissimo essendoci nato e a lungo vissuto. Di famiglia mista (con padre romeno e madre zingara), Nicolae ha provato sulla propria pelle cosa comporti essere rom: grave indigenza, isolamento ed emarginazione sociale, ostacoli in ambito lavorativo e anche relazionale. Per superare tali svantaggi di partenza e avere la possibilità di un’esistenza “normale”, ha dovuto impiegare molto impegno e forza di volontà, acuendo ingegno e spirito pratico; sulla spinta degli energici incitamenti materni, ha proseguito gli studi fino all’università.
Una volta ottenuto il riscatto, lungi dal gettarsi alle spalle le proprie origini e la propria storia, si è impegnato su più fronti per cercare di migliorare la situazione del suo popolo: ha iniziato a raccontare la propria esperienza su importanti testate giornalistiche, a visitare i quartieri più poveri del mondo, a dare una mano come volontario nel centro di Ferentari, un quartiere di Bucarest, dove la tossicodipendenza, la prostituzione, la delinquenza sono diffuse a livelli inimmaginabili, dando vita a una scuola pomeridiana per ragazzi in difficoltà. Di recente ha anche deciso di provare a cambiare le cose entrando nell’amministrazione pubblica dello stato romeno, rendendosi però subito conto dell’inefficienza che regna ai vertici del potere, a causa di corruzione e nepotismo.

Un cambiamento arduo ma possibile
Migliorare le prospettive di vita dei rom è difficile e complesso, senza alcun dubbio. Tanti, anzi troppi, gli ostacoli: l’indifferenza dello stato, che investe tutti i fondi a disposizione in studi, conferenze, progetti che rimangono arenati sulla carta e non approdano a nulla; l’estrema povertà della gente, che vive in spazi di pochi metri quadri, spesso senza acqua né corrente elettrica, e in pessime condizioni igieniche; la violenta ostilità tuttora nutrita dalla maggioranza delle persone verso di loro.
Si è ancora lontanissimi dal disporre di un intervento sistemico e organizzato a favore dei rom, tuttavia Nicolae è un tenace ottimista, e un convinto sostenitore del motto di Madre Teresa: «Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno».
Occorre quindi lottare contro i numerosi preconcetti radicati da secoli nella mentalità europea, contro l’ignoranza e l’indifferenza generale nei confronti di questa porzione di umanità; per interrompere quel circolo vizioso di miseria, disperazione, malavita, carcerazione, che si ripete sempre uguale per generazioni di famiglie rom.
Tutti i bambini dovrebbero avere le medesime opportunità di costruirsi un futuro degno di essere vissuto: «Qualche ora di attenzione al giorno aumenta di parecchio le possibilità dei bambini che vivono in quartieri difficili, a Ferentari o altrove, di diventare degli adulti felici». Il libro si chiude significativamente con l’immagine di un ragazzino rom che ride nel sonno per la felicità di aver trascorso una giornata da “bambino normale”.

[1] Cfr. F. Boas, Anthropology and Modern Life, W.W: Norton & Company, New York, 1928 (tr. it.: Antropologia e vita moderna, Ei editori, Roma, 1998).

Michela Mascarello

(direfarescrivere, anno XV, n. 164, settembre 2019)
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