Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
La cultura, probabilmente
Tra la fantasia e il rischio di emulazione.
La geopolitica delle serie televisive
che raccontano e spiegano il mondo
Paura o speranza nelle storie che mostra il piccolo schermo?
Ce lo spiega bene Dominique Moïsi, per Armando Editore
di Luigi Innocente
Nell’era della comunicazione, incessante, di massa, dei social network, degli smartphone, della pay-tv e dell’intrattenimento, occupano un posto di rilievo, le serie tv. Chi almeno una volta, seduto sul proprio divano, si è soffermato su qualche episodio di una fiction appassionante? La risposta è scontata: tutti. Anzi, sicuramente a quell’episodio è seguito quello dopo, poi l’altro ancora, e ancora, fino alla fine della stagione, cercando di recuperare gli episodi persi, su internet o attraverso la nuova frontiera televisiva, la cosiddetta tv on demand.
Quel che è certo, è che questo genere televisivo risulta assolutamente coinvolgente, carico di emotività; i personaggi delle serie finiscono per diventare amici quotidiani, il loro modo di vivere o le mille avventure che affrontano diventano fonte di emulazione e ammirazione. Si finisce per catapultarsi in mondo parallelo e fantastico. Ma quanto fantastico? Ciò che vediamo nelle serie tv è davvero solo frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore di turno o lo stesso riesce a criptare i sentimenti della società circostante? Quanto di ciò che viene trasmesso influenza l’opinione pubblica? Ci sono elementi reali o alla fine predomina sempre l’eccesso utile a generare quell’intrattenimento, essenza stessa delle serie televisive?
Probabilmente nel contenitore delle fiction televisive c’è tutto questo, un mix perfetto di genialità e capacità di trasportare fatti reali nell’universo della fantasia.
Dominique Moïsi, editorialista per il Financial Times, Les Echos e Ouest-France, nonché uno dei maggiori esperti di geopolitica nel panorama mondiale, in questo libro analizza alcune serie televisive e l’influenza che esse hanno avuto nella società mondiale in relazione, appunto, alla politica internazionale. Dopo l’11 settembre 2001, questo argomento, spesso ignorato o considerato noioso, ha pervaso l’informazione reale, occupando gran parte di telegiornali, quotidiani, periodici, ecc. ma è entrato, con forza anche nell’immaginario collettivo.
Secondo l’autore, gli sceneggiatori televisivi sembrano essere diventanti i veri analisti politici mondiali, facendo leva sulla paura che è iniziata a dilagare a partire proprio dalla data alla quale si faceva riferimento poc’anzi, una sorta di crocevia che ha lasciato una ferita aperta e incurabile presso l’opinione pubblica mondiale.
Proprio alcune serie televisive, giunte ormai all’ennesima stagione grazie all’elevatissimo numero di ascolti, appaiono ormai come un “riferimento culturale” fisso, le uniche che senza alcun vincolo riescono a enfatizzare tutto il male celato dietro la politica, la società, l’esistenza umana.
Dove porterà tutto questo? La paura è generata dalla disillusione verso le istituzioni o verso l’idea dell’impossibilità di miglioramento che ormai è insita nella gente? Ci si ferma almeno un secondo a riflettere che quello che vediamo in televisione è comunque figlio dell’esagerazione? Interrogativi, gli ennesimi, che questo libro che cerca di affrontare, con la consapevolezza che una risposta concreta non potrà mai esserci; l’unica cosa certa è che questo genere televisivo influenza le persone, e non poco.

Caos mondiale o caos mentale?
La geopolitica delle serie tv. Il trionfo della paura di Dominique Moïsi (Armando Editore, pp. 144, € 15,00) è un saggio sulla geopolitica, reale e immaginaria, raccontata attraverso le serie tv. L’oggetto di studio principale è quello della mondializzazione. La geopolitica dell’“emozione”, come lo stesso autore dice nell’Introduzione diventa geopolitica delle “stagioni”, per rimanere in tema di linguaggio televisivo.
Nel primo capitolo, Moïsi fa presente che, sebbene in misura minore, già tra gli anni Ottanta e Novanta, il fenomeno televisivo ha contribuito a svolgere un’influenza geopolitica significativa; nello specifico due serie tv di successo, quali Dallas e l’Ispettore Derrick hanno mostrato al mondo la fotografia di stili di vita sconosciuti per la maggior parte delle persone di tutto il mondo. La prima serie affascinava per il lusso, il benessere dei protagonisti che ostinavano tranquillamente la propria ricchezza e la loro immoralità. Il tutto ha contribuito a far sorgere il dubbio, in seno all’opinione pubblica mondiale, se negli Stati Uniti d’America si vivesse davvero bene come la fiction descriveva, quasi a palesare un “mito americano” sempre vivo e stabile agli occhi del resto del mondo. La seconda serie televisiva ha avuto il merito di mostrare ai tedeschi dell’est che il tenore di vita della Baviera, e della Germania occidentale in generale, fosse di gran lunga migliore del loro, a differenza di quanto il regime comunista, mediante la sua propaganda, faceva credere. Che tutto ciò fosse intenzionale o casuale non ha molto senso, così come è banale sostenere che si volessero esaltare modelli di vita precisi a scapito di altri; ciò che più conta è che la televisione è riuscita, in quel periodo, a fornire, quantomeno, elementi sui quali riflettere e magari, iniziare a pretendere di entrare in quel “mondo migliore” che lo schermo mostrava.
Stando all’attualità, le serie tv prese in esame sono cinque: Games of Thrones, conosciuta in Italia come Il trono di spade; Downton Abbey; Homeland; House of Cards e Occupied; più una ipotetica, immaginata dall’autore Balance of Power, non a caso l’unica che cerca di dare un messaggio positivo o perlomeno di contrastare il dominio della paura. Tanti i temi trattati: cosa sia davvero la giustizia, l’incessante lotta per il potere, il terrorismo, la crisi della democrazia, l’esaltazione della morte e della violenza, il disordine e caos mondiale e tanti altri, con un unico elemento che li accomuna: la paura, il trionfo della disillusione.
Dall’analisi delle suddette serie tv emerge soprattutto un’America che comunque riesce a raccontare se stessa e ad autodenigrarsi, senza scrupoli e senza tabù, capace di integrare gli eventi, anche quelli drammatici; un’America che sa di non essere più il gendarme del mondo, dominatore di tutto, forse proprio a causa dei suoi eccessi, delle sue tante, troppe, contraddizioni; un’America che non ha paura di mostrare al mondo le proprie debolezze mentre altri paesi come Russia e Cina le nascondono ai rispettivi cittadini; un’America, forse, consapevole dei propri errori ma che probabilmente non sa se sarà capace di rimediare a essi. Quegli errori e quel pessimismo che diventano gli oggetti stessi del successo delle serie televisive.
Entrando più nello specifico delle fiction che l’autore ha selezionato per il suo saggio, si nota che ognuna di esse presenta delle caratteristiche peculiari che, al netto degli elementi in comune, le differenzia dalle altre.
In Games of Thrones predominano paura del caos e ritorno alle barbarie; una lotta costante e spietata per il potere fa da sfondo alla vicenda ambientata in un regno immaginario. La politica prevale su tutto, anche sull’economia: alleanze, tranelli, scissioni, strategie si succedono all’interno delle grandi famiglie, protagoniste della serie. Cos’è il potere? Come si forma uno stato? Come si affrontano il problema delle frontiere e dei rifugiati? Cos’è la giustizia? Sono alcuni degli interrogativi che lo stesso Moïsi pone nel capitolo dedicato a questa serie televisiva. Tante questioni ancora aperte quanto mai vive nel mondo reale e nella politica nazionale e internazionale. Ecco allora il parallelismo tra realtà e fantasia: mondi diversi, stessi problemi. La rivista statunitense Foreign Policy ha addirittura paragonato il mondo di Games of Thrones al Medio Oriente, ogni famiglia o gruppo di persone ricorda uno stato mediorientale.
Nella serie c’è un solo vero vincitore: la morte. È impossibile, e sconsigliabile, affezionarsi a un personaggio perché all’improvviso scompare dalle scene. Non c’è giustizia e chi crede o lotta per essa finisce quasi sempre col perdere la vita. Ma perché tutta questa disillusione? Davvero il mondo reale è questo? Il male vince sempre sul bene? Beh, per fortuna non è sempre così ma questa serie più di altre vuole insegnare che violenza, egoismo umano, immoralità, caos, desiderio di dominare gli altri, fanno parte della nostra società, è inutile negarlo, e che sono sempre dietro l’angolo.
Questi elementi li troviamo anche nella serie inglese Downton Abbey, pur non essendo più catapultati in scenari di guerra e brutalità, ma all’interno di un bellissimo castello inglese, che appare come il regno della tranquillità. Se nella serie precedente l’elemento principale era il caos, in questa, al contrario, è la nostalgia dell’ordine.
La serie si apre con la tragedia del Titanic, metafora di una società vacillante minacciata dalla guerra che da lì a poco (siamo nel 1912) avrebbe sconvolto l’ordine mondiale.
La fiction è ambientata in anni dove l’impero inglese aveva un forte peso sugli equilibri mondiali (1912-1926); ecco l’elemento nostalgico, sia per la potenza espressa sia per la consapevolezza che all’epoca nessuno poteva far male alle potenze occidentali se non esse stesse. Un dominio che forse ha rappresentato l’inizio del declino dell’occidente: la voglia di distruzione costante ha generato troppi nemici. Politica estera e politica interna, fatta di diseguaglianze sociali, altro fattore di disgregazione dell’ordine politico.
Una critica, dunque, al modello anglosassone, innovativo per molti aspetti ma con tanti lati oscuri. Anche in questo caso si intrecciano costantemente realtà e fantasia.
In Homeland, è la minaccia il fattore primario che determina ogni vicenda. Una proveniente dall’esterno, rappresentata dal personaggio, un soldato americano che viene liberato dopo otto anni di prigionia ma “dirottato” contro il proprio paese a opera del nemico; l’altra proveniente dall’interno, delineata da una malattia mentale che si impossessa del cervello.
Non esiste nessun bipolarismo geopolitico in questa narrazione, nessun blocco contrapposto tra potenze ma solo il disturbo bipolare che affligge i protagonisti. Sospetto, ansia e paura del terrorismo fanno da padroni in questa serie tv, forse l’unica che abbia illustrato a pieno le paranoie depressive generate negli Stati Uniti d’America dopo l’11 settembre 2001.
Ma da dove arrivano queste minacce? Sono reali o semplice nevrosi? Il protagonista della fiction simboleggia il terrore interno; nessuno potrebbe mai sospettare di lui e pure nel cuore del sistema, dalle proprie azioni, dipendono le minacce principali. Al contempo, enfatizza la passività americana prima dell’attacco terroristico del 2001; di fronte ad avvisaglie tutti sono stati fermi, forse prigionieri dell’eccesso di sicurezza.
A differenza delle altre serie tv analizzate, questa sfocerà in una sorta di realismo etico; il buonsenso inizia a prendere il sopravvento, il cinismo a scemare. Inoltre, l’opinione pubblica statunitense, grazie a Homeland ha avuto modo di interrogarsi sui troppi errori commessi dai propri governanti, dettati dall’arroganza e dalla superbia, oltre che sulle contraddizioni: agire in nome della democrazia ma sostenere regimi autori in nome della realpolitik è, ahinoi, una triste realtà.
Fantasia sì, ma una vera e propria denuncia sociale e un monito ai potenti del mondo. Che insegnamento hanno tratto, e trarranno, gli Stati Uniti d’America e l’Occidente tutto da questa serie televisiva?
Contraddizioni quanto mai forti anche nella nota serie House of cards. Motto della stessa è: «la democrazia è sopravvalutata». Il personaggio è disposto a tutto pur di diventare presidente degli Stati Uniti d’America; si serve della stampa “amica” per diffamare avversari politici o potenziali concorrenti, utilizza ogni metodo poco ortodosso per tenere tutti sotto scacco, nutre una voglia incessante di controllare tutto e tutti.
Fino alla terza stagione la geopolitica in senso stretto è la grande assente, a vantaggio delle dinamiche interne della politica statunitense. Come Games of Thrones questa serie tv rappresenta il regno della violenza, ma catapultato in un ambientazione reale e non fittizia, una violenza psicologia e solo a tratti fisica.
L’autore di questo saggio, precisa che House of Cards ha distrutto il sogno americano; tutto appare sotto una cattiva luce, tutti i personaggi, di qualsiasi status o etnia appaiono corrotti, cinici, calcolatori e ossessionati dal potere, una sorta di crisi sistematica: sociale, politica, morale. Se da un lato questo sceneggiato riflette il malessere statunitense, dall’altro nutre il cinismo delle élite dei regimi autoritari, quali a esempio Russia e Cina: della serie “A che titolo gli Stati Uniti d’America osano darci lezioni di morale?”. La diffusione di questa serie a livello mondiale ha fatto in modo che tutti traessero le proprie conclusioni, confondendo spesso finzione e realtà.
C’è chi sostiene addirittura che questa avversione nei confronti di una élite politica immorale e corrotta abbia accelerato l’ascesa dei populismi negli Stati Uniti e nel resto dell’occidente.
Tutto ciò è l’emblema, ancora una volta, di come queste serie televisive diventino la bussola per i cittadini. In House of Cards c’è tantissima realtà; d’altronde non c’era bisogno di una serie televisiva per capire cosa accada all’interno dei palazzi del potere, di quante manovre e strategie ci siano dietro ogni decisione, di quanto cinismo sussista nel rapportarsi ai cittadini, strumentalizzando anche una tragedia sulla pelle di questi ultimi ma, come sottolinea Moïsi, se si dimentica l’aspetto “fantastico” di ciò che si guarda si finisce per non divertirsi più.
L’ultima serie tv analizzata è Occupied, norvegese. Ambientata in un futuro prossimo, narra di una crisi energetica che sovrasta l’Europa e a causa dei cambiamenti climatici un uragano ha devastato la Norvegia, uccidendo migliaia di persone. Il tutto è causato dai disordini mediorientali e dalla conseguente riduzione della produzione di petrolio. Il primo ministro norvegese interrompe, a sua volta, la produzione di combustibili fossili, intensificando la crisi sul continente europeo. L’Unione europea si rivolge alla Russia per convincerla a invadere la stessa Norvegia.
La paura della Russia, rappresentata come il nemico brutale, a seguito della vicenda ucraina, l’isolazionismo dall’Unione europea di un paese che non ne fa parte pur essendo parte integrante dello spazio economico, il ruolo poco incisivo della Nato, sono gli elementi che caratterizzano questa serie tv. È evidente che ancora una volta si parte da fatti concreti per poi svariare con la fantasia, e poi, vista la reale situazione mondiale, siamo così sicuri che lo scenario descritto dalla fiction sia solo frutto dell’immaginazione degli sceneggiatori? È davvero possibile che in un futuro tutt’altro che remoto l’Europa potrà veramente subire una crisi energetica? Purtroppo è una possibilità concreta anche questa.
Balance of Power è una serie che non è mai stata scritta; è frutto della fantasia dell’autore del saggio e, a differenza delle altre, raffigura un mondo dove due potenze, Stati Uniti d’America e Cina, riconoscono l’una la forza dell’altra e sanno che da sole non potranno garantire nessun equilibrio mondiale. Capiscono che non c’è alternativa alla collaborazione, solo unite possono sconfiggere il caos totale che rappresenta il male. Una serie alternativa dunque con molti elementi ottimistici, chissà se qualcuno mai avrai un’idea, o una volontà, simile.

Uscire dagli schermi
Siamo tutti ostaggi delle serie tv? Senza di loro non è possibile capire il mondo? Loro sono davvero attendibili, più di un quotidiano, di un periodico, di un telegiornale o di un libro di geopolitica?
Non c’è dubbio che, da quanto è facile apprendere da questo libro, esse in parte rappresentino lo specchio della società. In parte, appunto. Il caos mondiale esiste davvero, è reale e dominato da potere e incertezza; oppressori e oppressi sempre e comunque, guerra e ingiustizia ovunque. Al contempo, però, non bisogna arrendersi alla disillusione che la televisione propone. Le serie tv, come si diceva all’inizio, rientrano nella categoria dell’intrattenimento, devono fare divertire; e allora ecco servito un “piatto” perfetto all’opinione pubblica, fatto di vita reale, conosciuta, vissuta, e mondo immaginario, sognato, temuto.
Nel capitolo dedicato a House of Cards, Moïsi cita anche una serie politica danese, Borgen, dove il primo ministro donna, al contrario dei protagonisti della serie statunitense, sa che per avere successo in politica bisogna “stare al gioco” ma non è necessario comportarsi male e andare contro i propri principi. Alla fine con l’educazione, l’onestà e la modestia si avrà successo.
Dal momento in cui le serie tv influenzano tantissimo l’opinione pubblica, sarebbe auspicabile che le stesse iniziassero a generare messaggi di speranza, mostrando magari un mondo fatto sì di ingiustizie ma non necessariamente senza alcuna via d’uscita.
Esse hanno avuto il merito di denunciare comunque sistemi corrotti e mostrare al mondo ciò che nessuno ha spesso il coraggio di palesare, ma si sono fermate lì, senza andare oltre, generando sempre più ansie e timori
. Hanno contribuito notevolmente ad aiutare a comprendere proprio queste stesse paure, legittime, ma capirle, essere consapevoli delle minacce non deve tradursi in passività e rassegnazione. Nessuno può cambiare il mondo o sperare in un mondo, utopistico, di giustizia e pace ma, al contempo, bisogna iniziare a capire che è necessario preservare il buono che nella realtà c’è e soprattutto bisogna cominciare a riflettere sul fatto che i problemi si affrontano, con coraggio, non si sfugge da essi. Basta pensare che oggi in tutti gli stati europei vige la democrazia, proprio lì dove fino a settant’anni fa dominavano regimi sanguinari. Sicuramente alla rassegnazione seguì la speranza.
In merito alle serie tv, vere protagoniste di questo libro, è bene sposare la speranza dell’autore quando dice che se esse sono davvero così incisive perché non iniziano a contribuire alla lotta alle intolleranze, al cinismo, diventare istruttive o pedagogiche? Un po’ di ottimismo insomma, che fa sempre bene.

Luigi Innocente

(direfarescrivere, anno XIV, n. 153, ottobre 2018)
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