Anno XIV, n. 154
novembre 2018
 
La cultura, probabilmente
Attaccare i nazisti in pieno fascismo.
C’era chi lo faceva ad alta voce
dalle pagine di un giornale calabrese
Da Pellegrini editore un libro su come, ottant’anni fa,
venivano pubblicati articoli antirazzisti e contro la guerra
di Luigi Innocente
In un contesto di generale oscurantismo, ove la libertà di stampa e di opinione erano in Italia scomparse, ove il fascismo imperava su tutto e su tutti, ove anche i vertici della Chiesa cattolica tacevano o, al massimo, obiettavano in ambito diplomatico e comunque senza coinvolgere la collettività, c’era chi aveva il coraggio di manifestare ad alta voce le proprie convinzioni antirazziste e antinaziste. In una Italia ove il regime di Mussolini diventava improvvisamente antiebraico per non sembrare meno ariano di quel suo degno compare che era Hitler, c’era chi attaccava pubblicamente le politiche razziste antisemite.
Tra coloro (in verità assai pochi) che, con coraggio e determinazione, non si sono fermati davanti a nulla, continuando a ragionare con la propria testa senza farsi plagiare dal potere politico, emerge la figura di don Luigi Nicoletti, del quale quest’anno, essendo morto nel 1958, ricorre il sessantesimo della sua scomparsa.
Noto per aver ricoperto importanti incarichi ecclesiali e politici, diviene poi parroco nel 1909, all’età di ventotto anni, e si mostra subito un abile oratore, capace di farsi ascoltare, e apprezzare, anche da chi non ne condivide le posizioni sociopolitiche. Diviene soprattutto un deciso antifascista, già nel 1924, subito dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti.
Questo libro ripercorre la sua vita dal 1935 al 1938, periodo in cui riveste la carica di direttore del giornale Parola di Vita, periodico diocesano conosciuto dalla popolazione calabrese e non. In questo periodo intraprende una vera e propria campagna contro il razzismo, posto in essere, in primis, da Hitler in Germania, la cui eco era forte anche nel resto dell’Europa.
I suoi nemici dichiarati erano tutti i tipi di regime totalitario, dal nazismo fino al comunismo che stava dilagando in Russia e in altri paesi dell’est Europa, quali Ucraina, Armenia, Estonia, Georgia, Lituania, Bielorussia, ecc. per lui non c’era differenza, in quanto entrambi si fondavano sull’odio, lontano da i precetti del Cristianesimo.
Leader di spicco degli anni successivi a questa vicenda, del Fronte unico antifascista (questo era il nome che, nella sua iniziale versione, aveva quello che in una fase successiva venne denominato Comitato di liberazione nazionale) di Cosenza, negli anni della Repubblica, fu anche un prestigioso leader anticomunista, accusando i suoi sostenitori di appoggiare il regime sanguinario sovietico. Non era, sia chiaro, un prete rivoluzionario; dai suoi scritti emergeva un forte tratto conservatore, in merito al ruolo della Chiesa cattolica nella società e nei rapporti con la politica. Una delle accuse principali che egli rivolgeva ai regimi dittatoriali era il tentativo di estromettere l’ambito ecclesiastico dal tessuto sociale, raggirando l’opinione pubblica con la calunnia.
Conservatore sì ma uomo di grande valore, che osò sfidare quei mali chiamati totalitarismi, armato di penna, in un momento storico nel quale la censura e il controllo della stampa, erano tutelati dalle leggi dei regimi, la cui violazione veniva spesso punita con la morte. Nulla impedì a don Luigi Nicoletti di fermarsi, nessuna paura fu più forte della voglia di condannare violenza e razzismo in difesa soprattutto di chi le subiva in prima persona.

Parola di vita, pagine di storia
Don Luigi Nicoletti e la polemica contro il razzismo negli anni Trenta a Cosenza, a cura di Luigi Intrieri (Pellegrini editore, pp.168) è stato pubblicato da Pellegrini su iniziativa dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea.
Il libro inizia con un capitolo introduttivo scritto dal curatore per descrivere la figura del parroco in relazione all’idea di razzismo. Gli altri quattro capitoli corrispondono rispettivamente agli anni di don Nicoletti alla guida del periodico diocesano sopracitato: 1935, 1936, 1937, 1938.
Soprattutto al 1938. Esattamente ottant’anni fa, dunque. Vengono riportati gli articoli più importanti pubblicati in questo arco temporale. Fu un crescendo di dura avversione e condanna; se nel 1935 i pezzi avevano, se vogliamo, un’impronta più “religiosa”, tanto che l’ideologia nazista era quasi accostata a una sorta di “neopaganesimo”, negli anni successivi, la critica alle politiche poste in essere dal regime hitleriano si fece molto più accentuata, anche di fronte, purtroppo, a un quadro europeo che divenne sempre più cupo: dalla annessione dell’Austria, un anno e mezzo prima dell’inizio del Secondo conflitto mondiale fino alla “soluzione finale” degli ebrei.
Tanti argomenti trattati, tante testimonianze, tante grida d’allarme. Dalla lettura emerge un atteggiamento tutt’altro che “prudente” da parte di don Nicoletti e dei giornalisti che egli dirigeva; a differenza di gran parte del mondo della Chiesa cattolica, che mai combatté i regimi come avrebbe dovuto, egli divenne il simbolo dei tanti preti che, spinti dalla convinzione che razzismo e intolleranza non avessero alcuna radice scientifica ma erano soltanto frutto di menti malate, si mostrarono solidali con il popolo ebraico, il quale stava vivendo sulla propria pelle un dramma senza precedenti.
Un impegno costante, fatto di passione e abnegazione, fino a al 30 novembre 1938, giorno in cui don Nicoletti annuncia il cambio alla direzione del giornale.
Sotto la sua direzione Parola di Vita, mostra determinazione teologica, coraggio civile e determinazione politica che ebbe pochi uguali in tutta Italia. Con sagacia e fiuto politico, egli si mostrava sempre attento all’evolversi del panorama politico europeo, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze, fino a confutare le tesi espresse dai suoi stessi giornalisti: nel 1936, un suo giornalista, Carlo Ricci in un articolo pubblicato sulla rivista Il Vaticano e il Terzo Reich affermava che il nazismo avesse avviato un tentativo per ridurre i contrasti con la Chiesa Cattolica, don Nicoletti non esita a esprimere il suo scetticismo a riguardo, dichiarando che il regime guidato da Hitler fosse troppo sleale per intraprendere un’azione del genere.
Rompeva gli schemi, non aveva paura di essere una voce fuori dal coro, spesso anche all’interno della sua redazione.
Non mancavano nemmeno le ironiche provocazioni, come il richiamo a Wagner, uno degli autori preferiti dai nazisti, che Nicoletti citò in merito alla violazione dei Trattati stipulati dopo la fine del Primo conflitto mondiale e, in primis , il “Trattato di Versailles”, che prevedeva limiti alla consistenza e alla potenza delle forze armate tedesche, riportando il passo «Difendi la fede dei trattati, ciò che tu sei, non lo sei che per i trattati» (Wagner contro Hitler, dalla rubrica “Bassorilievi” inserita in “Parola di vita”, 1936, n. 6, p.2, 25 marzo, ).
Da buon cronista, inoltre, non esitò a recarsi in terra tedesca, nel 1937, al fine di raccogliere più informazioni possibili su ciò che lui stesso stava aspramente condannando, fino a rendersi conto che la situazione fosse ancora più grave rispetto a quanto si sapesse in Italia e a quanto il suo giornale esponesse, come scriverà nell’articolo ne La lotta religiosa in Germania, da “Parola di vita”, 1937, n. 24, p.1, 28 agosto.
Nel 1938, gli articoli pubblicati dalla rivista iniziarono a essere, strettamente, monitorati dalla polizia fascista; oltre ad essere attacchi diretti alla Germania nazista, non mancavano dure critiche, dirette o indirette, anche al regime guidato da Mussolini, che nello stesso anno emanava leggi di stampo fortemente razziale e si mostrava sempre più vicino alle politiche di Hitler. il 23 giugno del 1938 pubblicava Otto proposizioni del razzismo segnalate come assurde riportando integralmente una circolare emanata un paio di mesi prima dalla Congregazione vaticana dei Seminari e delle Università. Ma già nel numero precedenti don Nicoletti aveva pubblicato l’intervento di un vescovo americano, Giacomo Ryan, il quale sosteneva che i cristiani non potevano affatto accettare la persecuzione degli ebrei e che l’antisemitismo non fosse altro che il frutto dell’odio, della gelosia, e dell’ignoranza, tutti sentimenti che un buon cristiano era tenuto a condannare (La situazione internazionale nel discorso di un vescovo, da “Parola di vita”, 1938, n. 16, p.1, 7 giugno). Sempre contro le ormai dilaganti misure razziste, il 20 agosto del medesimo anno don Nicoletti, riprese l’articolo de l’Osservatore romano, giornale stampato nella Città del Vaticano e quindi al di fuori dello stato italiano, dedicato a Padre Schmidt, che da studioso di antropologia dimostrava che è, di fatto, impossibile parlare di una razza pura e che tale, errata, convinzione non avesse un minimo di fondamento scientifico, contrapponendo al concetto di “razza”, di per sé divisivo, quello di “unità di popolo” (Razza e nazione in un libro del Padre Schmidt, da “Parola di vita”, 1938, n. 23, p.1, 20 agosto).
Articoli che sfidavano apertamente il governo fascista, senza smettere di attaccare Hitler e le sue mire espansionistiche; il 30 settembre 1938 don Nicoletti irride il concetto di razza ariana, definendola una pura invenzione di poeti, quindi solo frutto della fantasia di altre menti (Gli “Ariani” e il loro inventore, da “Parola di vita”, 1938, n. 27, p.1, 30 settembre); questo articolo non tarda a suscitare le ire della Federazione fascista di Cosenza, che, mediante il periodico Calabria fascista inizia a lanciare accuse al parroco, tacciandolo di antifascismo – un’affermazione grave in un paese nel quale vigevano accordi precisi tra Chiesa cattolica e regime fascista dopo i Patti lateranensi –. Nelle pagine del giornale del regime si leggeva «alla direzione di un giornale cattolico (…) un uomo a tutti noto per il suo passato di avversario del Fascismo» e concludendo «Parola di vita, un settore da ripulire con spirito cattolico e fascista» Mentalità antifascista, da “Calabria fascista”, 8 ottobre 1938, 1; a questo ne seguirono altri con le medesime accuse: Come prima peggio di prima, da “Calabria fascista”, 15 ottobre 1938, 1,Neo-pipismo, da “Calabria fascista”, 15 ottobre 1938, 3, in riferimento al Partito popolare nato nel 1919, di cui don Nicoletti era stato segretario provinciale. Una campagna mediatica forte che provocò il suo trasferimento forzato dal liceo classico di Cosenza quello di Galatina, in provincia di Lecce. Il parroco fu obbligato a dimettersi, annunciando anche il cambio di direzione del giornale, con una nota scritta il 30 novembre 1938: «lascio la direzione di Parola di Vita, con la coscienza di aver compiuto sempre umilmente il mio dovere di sacerdote (…)».
Al suo posto subentrò don Eugenio Romano che continuò a combattere per la causa iniziata dal suo successore, tanto che Parola di Vita rimase uno dei rarissimi giornali che continuava a condannare pubblicamente l’antisemitismo in pieno Secondo conflitto mondiale.
Una linea antifascista che portò alla decisione da parte del regime fascista di costringere l’arcivescovado di Cosenza ad ordinare la chiusura della rivista, segnando «la fine di un’esperienza giornalistica tra le più appassionate e coraggiose che la storia regionale abbia saputo esprimere».[1]

Dissenso e coerenza
Questa storia calabrese, fatta di passione e coraggio, appartiene al grande “mondo” del dissenso verso i regimi che tanto male hanno fatto all’Europa e agli europei nel corso della prima metà del secolo scorso. Nello specifico, ci mostra di quanto il mondo cattolico rappresentasse «l’unica istituzione in grado di esprimere un dissenso di massa organizzato verso il regime (…)»[2], anche in Calabria, mentre l’opposizione politica e sociale veniva brutalmente repressa nel sangue.
Parola di Vita con spirito originale e con un forte impatto emotivo sfidava contemporaneamente il fascismo, locale e nazionale, e il clero più conservatore e i suoi eccessivi nazionalistici, che appoggiava ogni decisione posta in essere da regime, anche le guerre. Proprio in occasione della guerra d’Etiopia, a questi ultimi, don Nicoletti, con un duro monito diceva “La Chiesa c’insegna che la guerra è un gran flagello (…) Sappiamo, d’altra parte, che quando i poteri costituiti la dichiarano, noi dobbiamo ubbidire e fare tutto il nostro dovere. Ebbene, che c’entra tutto questo col presentare ai fedeli un Gesù guerrafondaio e spietato”.
Parole provocatorie verso un sistema fondato, paradossalmente, sull’odio e sulle diseguaglianze, dette verso coloro i quali, usavano i precetti religiose per coinvolgere la popolazione ma altro non erano che una costola di una dittatura.
Una storia di coraggio, quindi, scritta da chi non ha saputo chinare il capo, conscio dei rischi e dei pericoli ai quali andava incontro. Una storia interrotta, ma non cancellata nella memoria di una regione e di un paese intero.




[1] P.M. Trotta, Il giornale “Parola di vita”, una voce cattolica contro il razzismo antisemita, dalla rivista “Pitagora”, gennaio/marzo 1991, p. 38
[2] Ivi, p. 35


Luigi Innocente

(direfarescrivere, anno XIV, n. 152, settembre 2018)
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