Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
La cultura, probabilmente
Oltre gli stereotipi e i luoghi comuni:
la percezione dell’identità femminile
in Iran, tramite una letteratura sensibile
Attraverso l’arte e la scrittura le donne iraniane si raccontano
offrendoci la possibilità di capire profondamente il loro paese
di Monica Mereu
Ogni lavoro letterario iraniano, nelle sue diverse espressioni, offre una prospettiva autentica quanto privilegiata sulla società e la cultura, sulla situazione governativa e più in generale su questioni prettamente identitarie. La scrittura, così come la fotografia o il teatro sono le forme più intime e autentiche attraverso le quali osservare la società, perché sono ricche di esperienze personali e di una realtà sociale altrimenti incomprensibile.
In un paese in cui l’iniquità di genere è particolarmente prominente, rinforzata da un’altrettanto discriminante struttura giuridica e politica e da stereotipi calunniosi che vengono dall’esterno, l’arte diventa per le donne iraniane un mezzo di espressione unico e predominante, e per noi un modo nuovo da cui osservare e capire il paese. Attraverso le loro opere e i loro lavori le donne iraniane possono dimostrare il loro potere e la loro forza, liberandosi dai continui soprusi alle quali la società le mette di fronte e dagli stereotipi a cui troppo spesso vengono associate.
Le opere artistiche femminili hanno la grande capacità di raccontare un’immagine del tutto nuova della donna in Iran, delineando un ricco e pittoresco disegno dell’identità femminile e del modo in cui essa viene recepita. Il ritratto che ne viene fuori è una realtà sociale inedita, della quale possiamo cogliere tutta la potenza e forza e attraverso la quale riconosciamo il desiderio, tutto femminile, di un senso di ribalta sociale e culturale che si accompagna a una serie di rivendicazioni che, quando presenti, non sono mai banali o stereotipate.
La letteratura iraniana contemporanea offre un ritratto privilegiato per comprendere la percezione che le donne iraniane hanno di se stesse sia nel confronto con le donne del proprio paese, sia nella comparazione della loro vita e della loro cultura con quella delle donne occidentali.

La definizione di un ruolo
Si dibatte spesso sul ruolo della donna nella società iraniana, su quale sia il valore a esso attribuito dal governo, dalla società e dalle famiglie stesse. Le scrittrici iraniane nelle loro opere affrontano spesso questioni legate alla riabilitazione del proprio ruolo nel mondo iraniano e al conflitto che si cela in queste riflessioni: da una parte essere una moglie e madre come la società le richiede, ma dall’altra una tensione tutta nuova verso un’idea di donna che è indipendente dalla famiglia, lavoratrice autonoma e di successo. In queste riflessioni esse ricercano per se stesse un compromesso che non le imponga schemi identitari predefiniti: non vogliono né rappresentare l’ideale islamico imposto dal governo, né seguire un insensato quanto inadeguato modello di femminilità occidentale.
È opportuno ricordare che dopo la Rivoluzione islamica del 1979, il governo iraniano ha esaltato la figura di una donna in particolare, Fatima, l’amata figlia di Maometto e moglie del primo Imam del mondo sciita, Ali. Esempio di castità e purezza, di fedeltà e di sottomissione, Fatima rappresenta un modello ideale unico nel mondo religioso iraniano, perché incarna tutti quei valori femminili compatibili con la norma islamico-sciita. È questo il modello ideale che il governo impone e al quale le donne dovrebbero attenersi, ma è un’immagine troppo rigorosa, ormai superata, nella quale la maggior parte delle donne non si ritrovano. D’altra parte, le scrittrici iraniane cercano di sradicare anche ogni tentativo occidentale che fa di loro simbolo o modello di una propagando femminista di stampo europeo. Esse rifuggono da ogni rappresentazione della donna ossessionata dalla bellezza e dalla perfezione che è propria dell’Occidente, in quanto lo ritengono altamente lesivo della propria dignità e della propria cultura.

L’affermazione di un’identità grazie alla letteratura
Nelle loro rappresentazioni letterarie, dove spesso vengono messe in scena queste tensioni e questi contrasti, desiderano dare un’immagine nuova della propria identità di donne, che è legata ad un senso di ribalta sociale e culturale. Esse tentano di esaltare la figura della donna in quanto essere umano, desiderandone salvaguardare prima di tutto l’individualità, senza canoni, modelli o ideali che siano imposti dall’esterno. Esemplare in questo senso è la scrittrice Fariba Vafi che nel suo capolavoro Come un uccello in volo, si confida al lettore riguardo il suo essere donna, lontana dalla descrizione stereotipata del modello femminile propria della letteratura mainstream sul Medio Oriente. Il libro è un viaggio interiore nella sensibilità di una giovane moglie e madre che ricerca la propria identità nell’Iran contemporaneo, tentando una ridefinizione del proprio ruolo. La protagonista cerca di sfuggire al ruolo che la tradizione le ha assegnato, sentendosi «come un uccello migratore», «chiuso in gabbia». La riflessione e la riscoperta del proprio essere donna avviene attraverso l’inerzia a cui l’ha condannata una vita da casalinga e attraverso il confronto con il marito che tenta di rifuggire dalle difficoltà di vivere in Iran cavalcando il sogno dell’emigrazione.
Intento comune di tutte le scrittrici è dare, nella rappresentazione della donna iraniana, un’immagine piena e assoluta di normalità che si spogli di assolutismi e pregiudizi. Esse desiderano mettere in scena inquietudini e desideri propri di una donna, le cui vicissitudini si slegano dalla realtà socio-politica del paese per diventare universali. Ad esempio, nel suo L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, l’autrice Nasim Maraši racconta la Teheran di oggi, con i problemi, i timori e le inquietudini che accompagnano tre donne nel passaggio all’età adulta. Al centro del romanzo A quarant’anni di Nahid Tabatabai vi è invece la crisi esistenziale di una quarantenne iraniana che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù e il primo grande amore, ma soprattutto le realizzazioni mancate. L’opera, nelle sue descrizioni minuziose della vita della protagonista, vuole offrirci uno spaccato inedito della vita in Iran, proponendoci un modello nuovo della realtà femminile del paese: il lavoro in un grande ufficio della capitale, fonte di indipendenza economica, nonché luogo privilegiato di rapporti sociali. Un romanzo perfetto per mostrare quella ricerca di normalità che è una costante nella letteratura iraniana contemporanea.
La società iraniana è una realtà dinamica e multiforme, in perenne conflitto tra un’immagine tradizionalista e una rapida evoluzione culturale, in bilico tra una vita pubblica e un io privato. L’Iran è un paese nel quale è evidente il paradosso di una società in cui la donna si trova in una posizione subalterna a livello giuridico, ma la cui funzione sociale, soprattutto come artista, è assolutamente prominente. La società femminile iraniana è quella dove il conflitto tra sfera pubblica e dimensione privata e tra tradizione e modernità si fa più accentuato. Ma è anche la realtà sociale che meglio sa rappresentare e superare questa dicotomia: anche se spesso rischia di rimanere intrappolata in una narrazione che la vuole immobile e bloccata, nella realtà è infatti un mondo dinamico, in costante propulsione verso l’emancipazione più profonda.
Di rilievo, in questa analisi, è il romanzo di una emergente nel panorama letterario iraniano, Sara Salar, che nel suo Probabilmente mi sono persa narra i dissidi interiori di una giovane donna sposata e con un figlio, combattuta tra la repulsione e l’attrazione per il socio del marito che la corteggia pressantemente. Il libro rielabora tutto lo smarrimento di una giovane donna, insicura e sensibile, che fatica a trovare la sua dimensione in una società in costante evoluzione. La modernità della società in cui è intrappolata, si rispecchia in una soffocante e pulsante Teheran e in un’apertura mentale che sembra essere esplosa a dispetto di un conformismo morale tenacemente coltivato dalla tradizione.

Monica Mereu

(direfarescrivere, anno XIV, n. 151, agosto 2018)
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