Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
La cultura, probabilmente
Gli alpini italiani e la presa del Cauriòl
durante la Grande Guerra:
una storia di coraggio, paura e speranze
La “nobile penna” di Romano Ferrari con un romanzo breve
che narra luci e ombre della guerra: da Infinito edizioni
di Elisa Barchetta
Sono passati cento anni dalla fine della Prima guerra mondiale, un conflitto di cui molto è stato raccontato e molto è stato scritto. Dai testi scolastici sui quali – chi più chi meno – tutti hanno studiato, a romanzi di cui molti hanno certamente sentito parlare come ad esempio Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, Addio alle armi di Ernest Hemingway e Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu; dai quali sono stati tratti anche dei film.
Sarebbe piuttosto facile chiedersi se raccontare ancora la Grande Guerra abbia senso nel 2018… la risposta non può che essere affermativa; non soltanto perché proprio il 2018 è l’anno del centenario, ma anche perché sull’argomento ci sono ancora numerose questioni aperte.
Alcune di queste questioni si evincono dal romanzo breve di Romano Ferrari, presidente di Fai France, dal titoloCauriòl. La montagna del riscatto. Un racconto di guerra e umanità, libro di prossima uscita per Infinito edizioni, appartenente alla “scuderia letteraria” di Bottega editoriale.

La trama del romanzo
Il Cauriòl è un monte che appartiene alla Catena del Lagorai e si trova nella zona orientale del Trentino-Alto Adige. La cima raggiunge i 2.494 metri ed è stata teatro delle operazioni del battaglione Feltre degli alpini, i quali, tra il 23 agosto e il 3 settembre del 1916, furono impegnati contro i soldati dell’impero austro-ungarico per la conquista della stessa.
Romano Ferrari racconta gli avvenimenti di quei giorni mescolando fatti realmente accaduti e personaggi esistiti con episodi e soggetti di fantasia: la storia dei libri, dunque, ma anche quei drammi, il dolore, le lacrime mescolate a sangue che i libri purtroppo spesso tralasciano.

La quotidianità della guerra
Con un linguaggio semplice eppure allo stesso tempo evocativo, amalgamando sapientemente nella narrazione l’uso di espressioni gergali e dialetti, l’autore racconta infatti le vicende, le emozioni, le paure, i sentimenti, i pensieri quotidiani dei soldati italiani; costretti a una guerra che li ha portati lontano dalle proprie famiglie e dalle proprie vite per consegnarli a un conflitto cruento quanto inutile.
Intorno alla presa del Cauriòl ruotano le vicende degli alpini, ma anche di medici e infermiere da campo, di falsi preti e spie ognuno con la propria storia.
Due sono però i sentimenti prevalenti in tutti: la paura, che spesso diventa disperazione, di perdere la vita e la speranza del ritorno a casa.

Costretti a combattere
Nel romanzo di Ferrari emerge con forza come, durante la Grande Guerra, molti uomini – la maggior parte ragazzi poco più che maggiorenni – siano stati mandati allo sbaraglio in un’impresa praticamente priva di pianificazione e senza alcun supporto.
“Mandati a morire”: questo è il pensiero principale che si insinua nella mente di chi legge. Mandati a morire non solo perché la presa del Cauriòl prevedeva che i soldati affrontassero gli austriaci su un terreno in buona parte scoperto e privo di qualsiasi difesa naturale, senza il necessario supporto e gli adeguati equipaggiamenti, sotto una pioggia di proiettili che le milizie austro-ungariche scaricavano quasi senza sosta sugli alpini italiani grazie alle posizioni difensive disposte sulla cima, ma anche perché impossibilitati a retrocedere. Paura e disperazione, infatti, non erano ammesse, ma erano due figure presenti e vive tanto e più dei colpi stessi.

Le questioni ancora aperte
Oltre alla difficoltà di reperire dati certi sul numero delle vittime e dei feriti, tra militari e civili, della Grande Guerra una delle “questioni in sospeso” – che in modo netto emerge dal racconto di Ferrari – riguarda il trattamento riservato ai soldati italiani impegnati nel conflitto dagli stessi alti gradi militari.
Non soltanto il comandante supremo Luigi Cadorna era convinto che l’unico modo per condurre una guerra e vincerla fosse attaccare a ogni costo, ma riteneva necessaria anche un’inflessibile disciplina militare.
Come si può leggere nelle Circolari dello stesso Cadorna, emanate tra il 1915 e il 1916, «Ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto, prima che s’infami, dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato da quello dell’ufficiale (28 settembre 1915)» e ancora «Non vi è altro mezzo idoneo per reprimere i reati collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori colpevoli, e allorché accertamento identità personali dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte (1 novembre 1916)».
Al battaglione Feltre, impegnato sul Cauriòl, non fu risparmiato questo trattamento.
Per tali motivi la Prima guerra mondiale rappresenta ancora oggi una delle pagine più tragiche della storia italiana, tanto che anche il presidente Mattarella ha sottolineato la necessità di «non lasciare in ombra alcune pagine tristi e poco conosciute di quegli anni». Una guerra sì fatta di persone, ma la cui umanità, almeno dalla “grande” storia, quella dei libri scritti da vincitori, è messa in secondo piano: umanità che torna in queste pagine protagonista, come il sottotitolo stesso, Un racconto di guerra e umanità, ricorda al lettore. E grazie a ciò il romanzo di Romano Ferrari risponde così in pieno a questo appello.

Elisa Barchetta

(direfarescrivere, anno XIV, n.148, maggio 2018)
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