Anno XIV, n. 149
giugno 2018
 
La cultura, probabilmente
La Shoah: un tragico fatto storico
che diventa commovente testimonianza
attraverso gli occhi di due giovani
Planet Book presenta un libro, curato da Gemma De Chirico,
in cui due studentesse raccontano il loro toccante viaggio
di Maria Chiara Paone
Il mondo intero si è spesso ritrovato ad essere palcoscenico di eventi e azioni per cui non può, non deve sentirsi fiero.
L’abominio più ricordato è sicuramente quello della Shoah, ovvero della persecuzione attuata dal nazismo a danno, tra i tanti, del popolo ebraico passando dalla prigionia in campi di lavoro fino allo sterminio, la cosiddetta “soluzione finale”.
Nel corso degli anni moltissimi esperti, filosofi, scienziati, politici e soprattutto, sopravvissuti, si sono espressi su queste crudeltà indicibili, per fare in modo che, ricordandole, non vengano mai più ripetute; anche per questo motivo sono stati organizzati viaggi, quasi una sorta di pellegrinaggio, nei luoghi in cui i campi di sterminio sorgevano, per poter dimostrare come, nonostante in molti ancora cerchino di far passare questa tragedia per una costruzione mediatica, questa malvagità è stata reale.
Ed è proprio da una di queste esperienze di prima mano che deve la sua nascita Shemà. Appunti da un viaggio (Planet Book, pp. 104, € 12,00), un libro fotografico curato Gemma De Chirico, docente di materie letterarie, che definisce la raccolta un insieme di «immagini ‘ragionate’ per farne un cammino ‘ideale’, per i tanti che, oggi, come ieri e come domani, visiteranno l'inferno» e che fa parte della “scuderia letteraria” di Bottega editoriale.

L’orrore attraverso i loro occhi
L’opera potrebbe essere paragonata quasi a una forma di diario, poiché custode delle immagini scattate da due artiste di eccezione; Stefania Spiriticchio e Marialuisa Tesse, studentesse di un istituto secondario che hanno avuto l’occasione di vedere con i loro occhi i campi di sterminio di Auschwitz e Bikernau e la fabbrica di proprietà di Oskar Schindler situata a Cracovia e che, divenuta ora un museo, fu fondamentale per aiutare il tedesco a salvare la vita di migliaia di ebrei.
Così si crea un’alternanza, piena di equilibrio e solennità, tra foto e testi che lasciano spazio anche a curiosità – come quella sull’origine della svastica nazista, prima simbolo, riconosciuto nel Mediterraneo, per il sole roteante – e a qualche piccola riflessione personale delle due autrici.
I soggetti di molte fotografie sono ovviamente già state viste e utilizzate in tantissimi saggi o libri sull’argomento: ma, come tiene a specificare la De Chirico, «nessuna di quelle immagini ha la firma e lo sguardo di un’anima giovane, ancora incantata, che tende all’infinito e che crede in un mondo ancora pulito. […] Ogni attimo ha la sua identità, non ripetibile, e così ogni emozione, se pure la si dovesse rivivere, non è mai uguale a se stessa, con lo stesso sapore e con lo stesso sentire».
Persino il titolo è particolarmente evocativo di questo pensiero e ricco di poesia e contenuti: infatti “shemà” è una parola ebraica che vuol dire “ascolta”. Un’esortazione perfetta che invita il lettore non solo a osservare ma anche a immaginare, a sentire il messaggio filtrato dagli occhi di due ragazze molto giovani che si trovano a fronteggiare con qualcosa di molto più grande di loro.
Tuttavia la potenza della materia non scade nel patetismo fine a se stesso ma viene alleggerito dalla freschezza tipica dell’adolescenza e che qui si può ritrovare nella scelta delle foto; non solo luoghi di interesse “accademico” ma anche qualche scatto più particolare e d’autore come può esserlo una chiave nascosta tra i sassi oltre il confine della fabbrica di Schindler, un dettaglio delle rotaie che portavano fino ai campi di lavoro e sterminio da cui si affacciano timidamente le scarpe delle fotografe, oppure il cielo visto dall’aereo in volo, a conclusione del proprio reportage.

Il ruolo della memoria
Ad accompagnarci in questo viaggio visivo vi sono anche altre parole, quelle di personaggi che hanno deciso, tramite la scrittura, di documentare e descrivere i fatti di cui alcuni sono stati protagonisti assoluti; tra gli estratti ritroviamo i famosi versi di Salvatore Quasimodo oppure quelli del professor Wladyslaw Bartoszewski, che era stato imprigionato proprio ad Auschwitz e da cui riuscì a mettersi in salvo.
Delle conseguenze di questi eventi, soprattutto sulla mente dei diretti interessati, ce ne parla in maniera più approfondita il prof. Roberto Tarantino, dirigente scolastico dell’IISS “Giuseppe Colasanto” di Andria che si è occupato di redigere la Prefazione di quest’opera.
Egli nomina, tra i tanti, il celebre Primo Levi che, nonostante fosse riuscito a fuggire dai campi non resse la pressione e il senso di colpa del sopravvissuto e si uccise perché «non si sopravvive agli incubi e sono, soprattutto, le notti e il silenzio senza respiro, che respirano di ricordi atroci»; così argomenta la sua opinione. Tuttavia ciò non significa che bisogna dimenticare e passare oltre per poter stare meglio con la propria coscienza; non a caso il 27 gennaio è stata istituita una Giornata per commemorare e ricordare ciò che è accaduto tanti anni fa e rendere partecipi così le generazioni più giovani: saranno loro a determinare un giorno il futuro della società.
Per utilizzare sempre le parole del professor Tarantino, «la memoria, pur se poggia su visioni di inferno che di dantesco han poco o nulla, va mantenuta viva e la sua fiammella alimentata con stoppini perenni perché è l’unico modo che le nuove generazioni possiedono per arginare il male. […] sono i giovani a dover portare questa fiamma poco olimpica e passarsi il testimone, per far sì che un male simile non ritorni […] non sono solo sacchi da riempire di nozioni, spesso asettiche e, talvolta, inutili. I giovani sono lo specchio di quello che noi passiamo loro, con il nostro ‘fare’ e ‘pensare’ prima che con il nostro ‘dire’. I giovani vanno educati a guardarsi dentro, a tirar fuori quanto di bello c’è in ognuno di noi e a spenderlo per migliorare il mondo degli altri, che sono ‘altri noi’».

Uno sguardo al futuro
Parole forti che vengono confermate dalle azioni di queste giovani ragazze, che hanno deciso di condividere la loro esperienza e portare così un grande e nobile messaggio per i loro coetanei. Infatti la raccolta si chiude con una loro riflessione personale: «crediamo possa esistere un mondo migliore, un mondo in cui vengano azzerati tutti i colori ed esaltati solo i valori, quelli grandi per cui un uomo è solo un uomo e l’altro, chiunque esso sia, è l’altra sua faccia».
L’ennesima prova con cui si dimostra come quelle immagini, quei luoghi, quei racconti non scivoleranno via per rimanere rinchiusi in una remota zona della propria mente, ma al contrario verranno custoditi e condivisi per diventare insegnamento e memoria.

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XIII, n. 142, novembre 2017)
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