Anno XIII, n. 143
dicembre 2017
 
La cultura, probabilmente
L’anoressia “corre” sul web: riflessioni
intorno ai blog nei quali parlano ragazze
che trovano nella rete l’unica confidente
L’avvento di questa nuova forma di comunicazione ha indotto
molte persone a scrivere on line i propri pensieri più nascosti
di Vera Gheno
Il fenomeno dei blog nasce negli Stati Uniti nel 1997 e prende piede in Italia dal 2001 in poi. Il termine deriva da una contrazione di web log, letteralmente “diario in rete”. Come esplicita il lemma stesso, i blog possono essere veri e propri diari on line in cui gli autori scrivono i propri pensieri più segreti, proprio come si farebbe con un diario tradizionale, con la fondamentale differenza che in questo caso esiste un pubblico, e la scrittura ne viene conseguentemente influenzata.
Allargando la definizione, si può dire che il blog è una forma di pubblicazione in linea disponibile gratuitamente per chiunque lo desideri: in rete si trovano quindi blog che si occupano di qualsiasi argomento in qualsiasi modo. Vi sono quelli scandalistici, specializzati in gossip (per esempio Pink is the new blog), “professionali” (come Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada), di personaggi famosi (qual è il blog di Beppe Grillo) o anche di “persone comuni”, che lo usano come punto di ritrovo con gli amici (per esempio Coffee Break). La galassia dei blog, o blogosfera, può fornire qualcosa da leggere a chiunque: basta cercare con un motore di ricerca apposito, tipo Blog Search Engine.
Molti blog vengono scritti sotto pseudonimo, cosicché è nota a pochi oppure è totalmente segreta l’identità dell’autore, o, meglio, la corrispondenza tra l’identità on line e quella reale, visto che anche quella identificata tramite pseudonimo finisce per diventare, per i frequentatori del blog, una vera e propria persona virtuale. Questo non rappresenta tuttavia una regola, e l’identità di molti blogger è invece liberamente visibile sul proprio sito.

Scandagliando la rete...
Non molto tempo fa, googlando – cercando con Google – alcuni dati, mi sono imbattuta in un blog in inglese, intitolato xX2bthinXx, cioè to be thin, “essere magra”. Attratta dal nome ho cliccato sul link, aprendo il blog di una ragazza anoressica, contenente il resoconto delle sue “battaglie quotidiane con il cibo” e disseminato di immagini di donne magrissime e spesso sottopeso. Ho iniziato a leggere i vari messaggi e mi sono ben presto trovata immersa in una rete di blog tenuti da persone – in larga parte ragazze adolescenti – con disturbi alimentari. Ho scoperto che negli Usa, dove il blogging è una pratica più diffusa che in Italia, esistono decine e decine di siti di questo genere, organizzati in blogring, agglomerati di blog con lo stesso tema, che si raggruppano sotto una pagina introduttiva come quella intitolata The Disappearing Girls, “le ragazze che stanno scomparendo”, ovviamente con riferimento al loro peso corporeo.
La difficoltà nel trovare questi blog e blogring sta nel fatto che i motori di ricerca principali, come Google e Yahoo, tentano sistematicamente di eliminare e far eliminare i rimandi a siti cosiddetti pro-Ed (pro Eating disorders, cioè “a favore dei disturbi alimentari”). Alla stessa maniera, molti servizi che offrono gratuitamente siti web o blog rimuovono spazi di questo tipo non appena ne vengono a conoscenza. Per fare una riprova, si digiti la chiave di ricerca anoressia in Google e si noti come i link della prima pagina portino tutti a siti “per curare” il disturbo alimentare, non per sostenerlo in alcun modo.

Anoressia e Bulimia: “malesseri” del benessere
Premetto che scrivo in assoluta mancanza di competenze cliniche, forte solo di un passato contatto personale con il problema. Com’è noto, l’anoressia e la bulimia sono – semplificando molto – disturbi nel rapporto con il cibo. Entrambe colpiscono prevalentemente ragazze (pre)adolescenti, desiderose di adeguarsi al prototipo di bellezza con il quale le bombardano i mezzi di comunicazione di massa: ovunque si legge che magro è bello, si vedono modelle dai corpi emaciati e dai volti scavati; si subisce il battage pubblicitario delle creme anticellulite, i settimanali femminili propongono continuamente diete e rimedi per i “cuscinetti”...
Non deve stupire, quindi, se una percentuale schiacciante di donne risulta costantemente a dieta: come nota la sociologa Fatima Mernissi, la “taglia 42” è diventata, per la donna occidentale, un obbligo, quasi come il velo per le musulmane.
Il fine comune dell’anoressia e della bulimia è la magrezza, raggiunta a qualsiasi costo: la prima attraverso la privazione del cibo, la seconda con il suo rigetto; in entrambi i casi, alimentarsi è percepito come un avvelenarsi, e nei casi peggiori qualsiasi cosa si introduca nel corpo finisce per essere considerata sporca.
In base alle tabelle dei nutrizionisti, una persona sana ha un Bmi – Body mass index o “indice di massa corporea” – con un valore tra 18.5 e 24.9. L’obiettivo dichiarato di molte ragazze con disturbi alimentari è di averne uno inferiore a 17: sono quindi, da un punto di vista medico, decisamente sottopeso.
Una complicazione nella cura dei disturbi alimentari è data dal fatto che, soprattutto osservando le blogger anglofone, appare evidente la fiera coscienza della propria “diversità”: la comunicazione, il dialogo avvengono soprattutto tra persone simili, con le stesse problematiche; esse non vanno in cerca di una cura o di un aiuto per guarire, ma di comprensione e di supporto. In particolare, ciò che traspare dolorosamente dai blog analizzati è che molte ragazze anoressiche percepiscono la loro condizione non come una malattia, ma come una scelta di vita: la thin way of life, come scrivono in inglese. Nonostante la sua pericolosità, l’anoressia è diventata quasi un triste status symbol: si pensi solo a come molte starlet di Hollywood facciano a gara per essere le più magre e quindi le più chic.
Basta, del resto, fare una visita ad Ana’s Underground Grotto per comprendere come, dietro ai disordini alimentari, molte anoressiche e bulimiche trovino una vera e propria “regola di vita”. Traduco dal testo introduttivo al sito:

«Ti sei imbattuto nella Grotta Sotterranea di Ana.
Questo è un luogo di incontro per individui senzienti che lavorano per modificare il proprio corpo secondo la loro volontà. Non ci sono vittime qui, e la maturità è misurata nell’accettazione delle responsabilità personali, non in base al numero di compleanni a cui si è sopravvissuti.
Non è un posto per i malati di cuore, i deboli, gli isterici o quelli che desiderano essere salvati. Questo non è un posto per coloro che si inchinano davanti alle definizioni unanimemente accettate di realtà, o che credono nella cancerosa fallacia che esista una qualsiasi altra autorità oltre al proprio incontrovertibile, autoevidente, intrinseco diritto di nascita ad autogovernarsi.
Questo è un posto per l’élite che, attraverso il successo personale nella propria ricerca di perfezione, dimostra ogni giorno il potere e i risultati dell’impiegare la forza di volontà, l’immaginazione, la creatività e l’impegno al fine di raggiungere i propri obiettivi».

La scelta di rimanere in incognito
La ricognizione nel mondo delle anoressiche statunitensi – dal quale trarrò alcuni esempi – ha dato origine alla volontà di compiere una riflessione sui siti delle ragazze italiane con disturbi alimentari.
Anche in Italia, infatti, il blog è sempre più diffuso tra gli adolescenti come “sostituto on line” della vecchia Smemoranda o del diario segreto cartaceo.
Bloggare è quasi sempre gratuito, e offre inoltre l’inedita possibilità di confidare i propri pensieri più reconditi a una platea senza volto di utenti. Vista anche la facilità con cui è possibile impiegare lo strumento del blog, molti decidono di aprirne uno con lo scopo esplicito di “confessarsi” con estranei mantenendo l’anonimato e, soprattutto, nascondendolo alla propria famiglia e ai propri amici.
I blogring statunitensi dedicati all’anoressia appaiono particolarmente “intimi”: pur essendo molti di loro pubblici – è infatti possibile limitare l’accesso ai soli iscritti – il visitatore si sente normalmente un estraneo entrato di soppiatto in un circolo riservato; i motivi che giustificherebbero un intervento, del resto, non sono molti, visto che le blogger non cercano né compassione né aiuto, ma piuttosto legittimazione da parte di altre con gli stessi problemi.
L’almeno apparente intimità di questi gruppi è uno dei motivi per cui io stessa non ho mai interagito con loro, preferendo osservarli in incognito. Del resto, i blog offrono l’inedita opportunità di leggere i loro contenuti senza palesarsi: per citare un concetto molto caro agli studiosi, essi sono un esempio di come la Comunicazione mediata dal computer (Cmc) risolva, in molte delle sue manifestazioni, il cosiddetto “paradosso dell’osservatore“.
William Labov, linguista statunitense, aveva coniato questa definizione nel 1971 rilevando l’apparentemente irresolubile dicotomia tra la volontà di osservare un’interazione senza disturbarla con la propria presenza e l’inevitabile “interferenza” provocata proprio dalla presenza dell’osservatore. La Cmc apre invece canali di comunicazione che permettono allo studioso di osservare l’interazione che vi avviene in totale incognito. Si aggiunga che, nel caso dei blog, il canale è pubblico, per cui non esistono, almeno in teoria, problemi di riservatezza. Ciononostante, poiché, come ho già ricordato, molti di questi blog vengono chiusi appena la loro esistenza viene scoperta, ho preferito non inserire collegamenti a quelli italiani.

Vita comunitaria nei blog e tra i blog
Si è accennato alla loro valenza come diario segreto, ma anche alla rilevanza che il suo “pubblico” ha nel dare una forma particolare a questo tipo di comunicazione. L’interazione su un blog non è bidirezionale come in altre modalità di comunicazione on line: si ha sempre un autore – o un gruppo di autori – e più utenti che possono interagire aggiungendo i loro commenti ai vari post. È difficile pensare quindi al blog come a suolo fertile per la creazione di una comunità, per quanto virtuale; la situazione comunicativa è apparentemente da-uno-a-molti, e i “molti”, gli spettatori, non sempre hanno il diritto di replica: non sono pochi i blog in cui la possibilità di inserire commenti è infatti totalmente disattivata.
Lilia Efimova e Stephanie Hendrick, in un interessante articolo del 2005, scrivono della ricerca di un senso comunitario sui blog, tra i blog, definendola come la ricerca di una life between buildings, “vita tra i palazzi”. Se ogni blog ne rappresenta uno, non è immediato pensare che tra i vari palazzi esista uno spazio sociale condiviso. In realtà, benché certamente numerosi blog siano monolitici e isolati, sono molti di più quelli che permettono, attraverso alcuni accorgimenti, di individuare l’esistenza di una rete di rapporti che li unisce. Illustrerò tali caratteristiche tra breve.
Per quel che riguarda i blog visitati, in alcuni casi essi si configurano come dei veri e propri gruppi di supporto. In un articolo del 2005, la studiosa svedese Ulrika Josefsson, che si occupa di applicazioni mediche e comunitarie dell’information technology, nota che non è insolito incontrare in rete comunità – formatesi attraverso mailing list, newsgroup e altri mezzi di aggregazione in rete – destinate alla discussione e allo scambio su una particolare malattia. Per esempio, esiste in Italia un gruppo di discussione, it.salute.tumori, dove malati o persone in contatto con loro si ritrovano per scambiarsi informazioni. Il self-help group, “gruppo di autoaiuto”, dunque, non è una novità nel mondo di internet.
Per il fatto già ricordato che molte blogger con disordini alimentari cercano più appoggio e legittimazione che aiuto, il paragone più calzante per descrivere questi blog è forse quello di una specie di società carbonara, nella quale i membri cercano rifugio dalla disapprovazione generalizzata a cui sanno di andare incontro esplicitando i propri problemi. Proprio per questa necessità di nascondersi dal mondo esterno, le appartenenti al gruppo hanno escogitato una serie di segnali per riconoscersi.

I “segni tribali” nel linguaggio dei blog
Il concetto di villaggio globale, coniato da Marshall McLuhan nel 1964, è ormai ben noto e molto citato nei lavori sul mondo della comunicazione on line. I mezzi di comunicazione di massa hanno concorso a far “contrarre” il globo terrestre, permettendo il contatto tra persone fisicamente lontane. Tuttavia, molti studiosi concordano nel dire che, piuttosto che a un villaggio globale, Internet ha dato vita a una globalità di villaggi, ognuno definito e differenziato da particolari usi e costumi, linguistici e sociali: questo fenomeno è stato definito da Marshall Van Alstyne ed Erik Brynjolfsson nel 1996 come balcanization, “balcanizzazione”, nel senso di “frammentazione”. Anna Cicognani, un paio di anni più tardi, sottolinea come le comunità digitali possano sviluppare “dialetti” e gerghi locali (Cfr. p. 22).
La similitudine “tribale” è molto popolare negli studi sulla Cmc; per il caso che ci interessa, Efimova e Hendrick affermano che è possibile individuare le connessioni tra blog attraverso l’esistenza di tribe marks, veri e propri “segni tribali”. I segni di collegamento tra i vari blog si ritrovano principalmente nel tentativo di conformarsi a dei modelli – estetici e comunicativi – comuni. L’appartenenza alla comunità delle anoressiche si concretizza sui blog attraverso una serie di “mattoncini” che concorrono, come dei memi, a far sì che i membri si riconoscano reciprocamente.

Segni di connessione...
In primo luogo, ogni blog si situa al centro di una rete di connessioni esplicitate talvolta dall’appartenenza a un blogring, fenomeno che in Italia non è ancora molto diffuso. Oltre a ciò, ognuno offre la possibilità di inserire una selezione di link ad altri blog simili. Ulteriori collegamenti si possono ritrovare nei commenti ai messaggi: quasi tutti i blog hanno attivata tale funzione, per cui sia i visitatori occasionali che quelli ricorrenti possono scrivere il loro pensiero in calce ai post del “padrone di casa”; quasi sempre, chi lascia un commento si firma con il proprio pseudonimo e inserisce il link al proprio blog. È proprio qui che si rintracciano i contatti più interessanti, poiché sono testimonianza di lettura e di partecipazione attiva, molto più di un elenco statico di link scelti dall’autore. In altre parole, la comunità “viva” dei blogger è quella che si ritrova nei commenti ai vari post.

Il “modello” di blog anoressico
La prima parola d’ordine tra le blogger è l’usanza di chiamare Ana l’anoressia e Mia la bulimia; le malattie sono umanizzate e vengono considerate delle vere e proprie “amiche”, così che si incontrano spesso frasi come «Ana sei la mia migliore amica» o «Ana we love you!». Questo stratagemma ha anche la funzione di evitare, per quanto possibile, la censura da parte dei motori di ricerca che, come ho già ricordato, bandiscono, ove possono, i siti pro-Ed dai propri risultati. Non sono infatti pochi coloro che pensano che questi siti possano avere un effetto trigger su persone che non hanno un buon rapporto con il cibo, legittimando dei comportamenti alimentari pericolosi e malsani.
Le blogger si identificano poi attraverso l’adozione di soprannomi “parlanti”, come Butterflyfairy123, cant_wait_for_my_bones, MustBeSize0, Not_So_Close_To_Perfectxxx, Ossi magro, ShrinkMe__Skinny, tutti nomi, presi dai blog americani, riferiti al dimagrimento o alla magrezza. Alla stessa maniera, sui blog italiani si incontrano soprannomi come Ana we love you!, Anorexia nervosa, Beautiful bones, Cicciottella 77 – voglio dimagrire! , Cupio dissolvi, I want to be skinny, I’m gonna be skinny, La ragazza bulimica, Leggerissima farfalla, Missana (da miss+ana per “anoressia”), Quod me nutrit me destruit (motto di molte anoressiche diventato particolarmente famoso come uno dei molti tatuaggi dell’attrice Angelina Jolie, che secondo molte fonti soffre a sua volta di disturbi alimentari).
L’iconografia dei blog osservati è varia ma riportabile a pochi elementi fissi. Ricorrono spesso immagini di farfalle, un insetto sentito come modello ispiratore per la sua leggerezza e forse anche per il suo percorso di vita: da bruco a crisalide a farfalla, proprio come le ragazze con disordini alimentari, “costrette” dentro a un corpo che non riconoscono e che odiano, ma con la speranza di diventare, un giorno, magre e belle come desiderano.
Altrettanto spesso ricorrono immagini di fate e ballerine, piume e petali di fiori, e altri elementi che evocano leggerezza. Su molti blog si trovano anche immagini di gusto gotico, tombe, croci e tutta la gamma di paraphernalia “dark”: la ricerca di un corpo perfetto spesso è accompagnata anche da un generale senso di oppressione, e le scelte grafiche dei blog visitati ne sono una riprova.
L’elemento più ricorrente è tuttavia quello delle immagini che dovrebbero incitare a resistere al desiderio di mangiare: in inglese vengono chiamate thinspiration, da thin “magro” e inspiration “ispirazione”; questa definizione viene spesso accorciata in thinspo, che diviene un’altra delle “parole d’ordine” della tribù. Le immagini thinspo rappresentano spesso attrici e modelle magrissime, al limite della denutrizione.
Alcuni blog propongono invece fotografie di obesi: queste immagini sono dette reverse thinspo o anche fatspo, parola-macedonia formata come calco del suo opposto, e dovrebbero a loro volta “istigare” le ragazze a non mangiare, a “continuare ad amare Ana”, per non diventare così. Spesso la reverse thinspo è rappresentata dalle foto – in biancheria e senza inquadrare il viso – delle blogger stesse, che talvolta possono essere, sì, leggermente in sovrappeso, ma che nella maggior parte dei casi non sono che fisici di ragazze nell’età dello sviluppo. Ovviamente le foto sono accompagnate da didascalie come la seguente, che correda questa immagine:

«thats the worst part of me...
my disgusting flabby stomach...
i wish it would stick in, and not out...
i wish i could just rip all of the fat off of it...»
[traduzione: “quella è la parte peggiore di me... il mio disgustoso stomaco flaccido... vorrei che fosse incavato, non che sporgesse... vorrei solo poter strappare via da lì tutto il grasso...”, nda].

Altri elementi ricorrenti sono i weight ticker, i “contatori di peso”, inseriti per illustrare la progressione nel calo di peso corporeo e situati spesso in cima alla pagina. Si incontrano anche liste di consigli per anoressiche (Ana tips) oppure tabelle per controllare le calorie ingerite e l’esercizio fatto giornalmente; tuttavia questi elementi ricorrono più scarsamente sui blog italiani rispetto ai loro omologhi statunitensi.

All’interno dei blog: “viaggio al centro dei tuoi pensieri”
Se la connessione superficiale, “di pelle”, tra i blog è rintracciabile in quegli elementi comuni, quei traits d’union che ho elencato nei paragrafi precedenti, è chiaro che la connessione profonda si trova nei temi trattati, nelle richieste poste, nel tono con cui vengono descritte le esperienze quotidiane delle ragazze con disordini alimentari. Nei messaggi si respira spesso un pessimismo di fondo, un vero e proprio male di vivere.

Stellasegreta, in un messaggio del 27 aprile 2006, scrive (riproduco i testi senza alcuna modifica o correzione):

«Il tempo che non ha nome, non ha nè data nè scadenza, io che dovrei essere in ospedale a tentare di star meglio ed invece sto qui lontana da tutti, segregata dalle nove di sera, ad arrotolarmi su di me, a fissare lo scandirsi di giorni che sembrano eterni, che gocciolano come le mie flebo, in attesa della liberazione.
Come fossero mie le colpe, come avessi commesso io il reato, seppure anni fa. Mi mangio dentro, vomito aria tre volte il giorno, infilo il dito fra i jeans a il fianco e penso che morire, dormire, morire, tutto sarebbe più facile che aspettare.
E che anche tutto il citalopram non mi salverà finche non lo rimanderanno da me. Ma che se non torno a casa mia io qui marcisco nella mia carne, consunta, consapevole comunque che anche questa è una mia scelta, oscenamente altruista ed egoista al contempo.
Stupidamente, inevitabilmente, come al solito distruttiva.
Io davvero non so come fare».

L’angoscia espressa è terribile, schiacciante: la ragazza sente la sua condizione talmente senza speranze da pensare al suicidio. Non esistono elementi positivi in questo messaggio: c’è solo la disperazione.

Halfcinderella, nel suo post dell’8 maggio 2006, scrive invece:

«814 è questo il conto delle calorie (contando anche le eventuali smaltite) che il modulo contacalorie mi ha appena presentato. Ottocentoquattordici schifosissime calorie in circolo nel mio corpo. Non riesco più a stare nemmeno sotto le 600. Non conoscere il peso di ieri e di oggi poi è ancora più frustrante; e così sarà fino a giovedì mattina. Devo ancora resistere due giorni, me lo sono ripromessa. E’ difficilissimo perchè già penso che domani mattina nessuno mi vieterebbe di salire su quella dannata bilancia.
Vado a dormire, lo stomaco brontola un po’, ma quello che ho cenato gli deve bastare: una simmental e una fettina d’ananas.
Buona notte».

La doppia ossessione di contare le calorie – si ricordi che una persona mediamente attiva necessita di circa 2.000 chilocalorie al giorno – e temere il “confronto” con la bilancia è uno dei punti comuni dei blog osservati. Razionare e rallentare il ritmo delle pesate fa parte dei tentativi di riprendere il controllo della propria situazione, evitando di diventare succubi dell’ossessione per il proprio peso.

Skinny4ever digita, il 1° maggio 2006:

«Stanotte ho sognato che mi abbuffavo. Cavolo, ormai non sono libera nemmeno di notte, l’incubo del cibo mi segue anche quando dormo, non mi lascia mai. Ero lì che continuavo a mangiare senza fermarmi tazze di latte con i cheerios.E mi sono svegliata tutta agitata. Forse l’ho sognato perchè avevo fame, ieri ho mangiato solo 3 mele piccole. Oggi ben 5 mele piccole (aiutooo!!) e 2 yoghurt magri (saranno 100 kcal). Ormai vado avanti a mele, le adoro, inoltre sono le uniche cose che posso rubacchiare in cucina, visto che ci passo molto raramente. Già, cerco di evitare ogni possibile contatto con i miei genitori.Soprattutto non sto a tavola con loro. E quindi posso fare ciò che voglio della mia dieta. Anche se oggi ho già irrimediabilemente sgarrato sono a quota 530kcal. Tantissime. Ovviamente non mangerò più niente fino a domani. E poi farò 400kcal di cyclette (ke noia!!). Domani si torna a scuola.
Cercare di mantenere una facciata allegra e felice è ormai sempre più difficile per me. Continuo a rispondere male. E le mie amiche stanno iniziando a capire che c’è qualcosa che non và. Mi devo impegnare se voglio riuscire. Domani ho già deciso: a pranzo 1 coca-light presa dal distributore e a cena 1 frutto. Speriamo di resistere».

Si notino le espressioni di auto-rimprovero, costellate di punti esclamativi («aiutooo!!», «530kcal. Tantissime») che possono essere interpretate come dei tentativi di captatio benevolentiae, per farsi scrivere dalle altre blogger che non hanno mangiato molto e “sono state brave”.

Al messaggio di Skinny4ever, per esempio, Taty2 risponde:

«Ti prego, non esagerare! Saprai sicuramente anche te che con queste restrizioni prima o poi sbotti ed iniziano le abbuffate. Devi almeno provarci a volerti più bene. Te lo dico con il cuore, lo sai».

Il consiglio sarebbe ineccepibile, se non venisse da un’altra ragazza con disordini alimentari.
I periodi di crisi, del resto, non sono rari: in un intervento del 26 maggio ancora Skinny4ever scrive, dopo un altro attacco di bulimia conseguenza di un periodo di limitazione eccessiva del cibo:

« Stupida!!Stupida!!Stupidaaa!!Ma come si fa a pensare di mangiare per tutta la settimana solo 2 mele e 1 yogurt al giorno senza avere conseguenze?!!?Stasera abbuffata...è ovvio!!Come fa il mio corpo a reggere sennò!?!?Mi devo mettere in testa che non sono una macchina!!Oggi avevo quasi i giramenti e sudavo freddo!!Che idiota!!Ma che mi costerebbe mangiare 1 pochino di più onde evitare le mie nemiche number 1 le abbuffate!?!?Ho mangiato 1 yogurt e fatto 400kcal di cyclette!!E’ già tanto che non svenivo...e il mio corpo si è vendicato!!
Vediamo il danno: mezzo pezzo di focaccia con nutella (micidiale) 1 gelato (113kcal) 1 mela...latte con cheerios!!Cioè ma si può!?!?Ed il bello è che si vede proprio che lo faccio per farmi del male, perchè mi potrei abbuffare benissimo di frutta!!Ma che cacchio mi passa per la testa!?!?Io non sono normale!!Ne sono sempre più convinta!!Hai ragione tu Taty!!Forse faccio così per motivarmi ancora di più!!Bho!!Fatto sta che vedevo, sempre più felice i pantaloni allargarsi!!Dopo stasera chissà che schifo sarò domani!!Mi sento 1 cacca!!:( io voglio quell’euforia del dimagrimento!!Che avevo all’inizio di questa settimana e che mi faceva stare così bene!!E ora che faccio!?!?Non mangio domani!?!?Mangio!?!?Cosa cavolo faccio!?!?Confusione più assoluta!!Io voglio i pantaloni larghiiiiiiii!!Ho deciso che almeno non mi peso più tutti i giorni...e poi da lunedì ricomincio a mangiare poco...ma almeno variato...onde evitare sti risultati!!Giuro che se con questa abbuffata domani i pantaloni non mi stanno ancora 1 pò larghini com’erano oggi mi sparo!!!!:) vabbè...solita fallita del cavolo!!!Se faccio così non dimagrirò proprio mai...ma allora perchè l’anno scorso era stato così facile!?!!?!!Grrrrrr!!!Poi mia madre ha pure detto che non dimagrisco perchè mi abbuffo di nascosto!?!!?!?Che cosa!?!?Si vede proprio che non si vedono proprio i sacrifici che faccio!!Ma che cavolo serve mangiare così poco se si dimagrisce solo di 1kg!!!aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!Ho voglia di urlareeee!!Non ne posso piùùùù!!»

Da una parte, la ragazza si rende conto di aver passato il limite e che la crisi bulimica ne è stata la conseguenza; dall’altra, la paura è di avere compromesso il processo di dimagrimento: «io voglio quell’euforia del dimagrimento!!», « Io voglio i pantaloni larghiiiiiiii!!».
I familiari o altre persone vengono citati raramente nei blog, e quando se ne parla di solito viene fatto in maniera negativa: i genitori, soprattutto, sono solitamente gli “scocciatori” che cercano di interporsi tra la blogger e “l’amata Ana”. In questo caso, la madre sembra al contrario non vedere la sofferenza della figlia; si ha quasi l’impressione che uno dei motivi per dimagrire sia dato dal desiderio di esteriorizzare innanzi a lei la gravità della situazione. Al centro dei pensieri, tuttavia, rimane sempre il cibo, negato ma desiderato, in una costante altalena di amore e odio.

Un appunto sulla lingua
La lingua di questi messaggi è fondamentalmente corretta; le uniche incertezze, del resto molto comuni negli scritti informali giovanili, si riscontrano nell’uso degli accenti e degli apostrofi. Per il resto, si notano solo errori di digitazione o di distrazione, dovuti alla forma semipersonale della scrittura e alla velocità con cui vengono digitati i messaggi. Si ricordi che molti di questi blog sono scritti di nascosto, quindi magari nei ritagli di tempo in cui le blogger non “danno troppo nell’occhio”, essendo quasi tutte giovanissime e vivendo quindi di conseguenza quasi tutte con la famiglia. Ricorre un elemento tipico della Cmc, come l’uso della k in sostituzione del digramma ch, e l’abbondanza di punti esclamativi e interrogativi, tipica di altri contesti scritti giovanili informali. In generale, si può notare che le blogger, scrivendo, raramente hanno velleità letterarie: il desiderio è comunicare il proprio disagio o i propri dubbi, non “scrivere bene”.

In chiusura...
La lettura di alcuni blog di ragazze con disordini alimentari ha fornito un breve “assaggio” del tremendo stato d’animo che queste persone si portano dentro, spesso di nascosto da coloro che le circondano. È un disagio solitamente vissuto in solitudine, che conquista una dimensione nuova attraverso lo strumento del blog: pubblicando in rete il proprio personalissimo diario, le blogger entrano in contatto – seppur anonimamente, protette da una “maschera” – con persone aventi problemi simili.
Talvolta il gruppo può servire come aiuto per superare il malessere, ma può anche spingere ancora più avanti la ricerca di magrezza e di perfezione fisica, in una specie di “gara a chi è più magro”. È proprio questo il temuto effetto che questi blog possono avere, e il motivo per cui, per evitare controversie, essi vengono spesso cancellati.
Anche le situazioni critiche vengono, sui blog, affrontate in gruppo. La morte di una blogger, o il suo ricovero, sono vissute come problemi di tutta la comunità. I blog divengono il mezzo per tenersi in contatto e avere notizie su chi sta male. Ho assistito ad alcuni eventi di questo genere – ovviamente traumatici per tutto il gruppo – sui blogring americani. Se ne può leggere un esempio nel blog di Fading Angel, che nel 2003 ha dovuto subire un ricovero coatto come sola alternativa alla morte per denutrizione. Come si comprende dai messaggi, durante la sua assenza è stata un’amica ad aggiornare il blog rispondendo ai messaggi inviati dalla comunità.
Il fenomeno descritto non è forse ancora così diffuso in Italia, anche se nel nostro paese le Ana e Mia si sono rese conto della rilevanza che può assumere internet per rintracciare persone simili, soprattutto nel caso di un disagio come questo, coltivato e sopportato spesso in segreto.

Feather88, in un messaggio del 1° maggio 2006, scrive per esempio:

«Cerco come una pazza. Cerco informazioni, sulla mia malattia, sulle sensazione provate dalle persone come me, su ciò che rende un’anoressica/bulimica quello che è.
Non so come, ma questo confrontarmi, se da una parte mi deprime, dall’altra mi aiuta, mi fa sentire più umana. Perchè è pieno di ragazze che, da quanto leggo, da certi punti di vista sono indentiche a me.
E’ incredibile il modo in cui una condizione terribile ci renda dei cloni».

L’autrice si rende conto di come la sua situazione, percepita inizialmente come eccezionale e fuori dalla norma, sia invece molto più diffusa di quanto non avesse potuto pensare. C’è una parziale presa di coscienza della coazione e compulsività che accomuna le anoressiche nella ricerca di un fine condiviso – la magrezza estrema – condizionato da modelli estetici stereotipati. Altre ragazze, rispondendo al suo messaggio, concordano.

Per FranciMIA:

«e’ piuttosto triste cmq.... [i.e. ‘comunque’]
sicuramente un punto di forza perche’ in ogni caso ci si puo’ confrontare...sperando che il confronto faccia da stimolo a stare meglio....».

Labet scrive invece:

«Penso esattamente la stessa cosa.
Ma quante siamo???????
Perchè siamo così tante?
Ti immagini se ci ribellassimo tutte insieme? Tipo”manifestazione di tutte quelle che soffrono di disturbi alimentari contro questa moda opprimente e contro gli uomini falsi che guardano solo le magre”
Un casino succederebbe.
Un sorriso, oggi che mi gira tutto storto».

FloatingWorld è più pessimista:

«Purtroppo a me non interessa quello che guardano o apprezzano gli altri: IO non sopporto di vedermi ingrassare... Ora che mi sembrava di stare meglio, ricomincio a sentirmi ingombrante. Feather, non mollare, sii più forte di ana.
Un abbraccio».

L’augurio per il futuro è che questi diari, a parte venire considerati pericolosi per chi li legge, possano servire anche a chi si trova nella situazione di poter aiutare le persone con disturbi alimentari. Leggere questi blog, entrare per un attimo all’interno dei pensieri più nascosti di un’anoressica o una bulimica, forse possono aiutare chi ne ha le competenze – professionali e “pubbliche” – a capire meglio cosa avvenga nella loro psiche.
Con la segreta speranza che anche i modelli estetici della nostra società possano un giorno cambiare, contribuendo a evitare altre tragedie legate al desiderio di dimagrire.
Proprio in questi giorni il sito del quotidiano la Repubblica ha messo in evidenza, nella sezione Blog da Copertina - I blog dei lettori, il link a http://parolenelcaos.blog.kataweb.it, diario on line di una ragazza che soffre di anoressia. I commenti ai vari messaggi comparsi sul blog indicano che i navigatori hanno recepito la segnalazione con grande interesse.
Spero che tale interesse nel comprendere i pensieri di chi soffre di un disturbo alimentare – e decide di scriverne on line – non sia un fatto passeggero, e che possa servire, in qualche modo, ad aiutare queste ragazze a ritrovare un equilibrio nella loro vita.

Vera Gheno

Approfondimenti:

- Anna Cicognani, On the Linguistic Nature of Cyberspace and Virtual Communities, in Virtual Reality Society Journal, 3, 1, London, Springer-Verlag, 1998, pp. 25-33 (per leggerlo, clicca qui);
- Lilia Efimova e Stephanie Hendrick, In search for a virtual settlement: An exploration of weblog community boundaries, in Communities & Technologies, 2005 (per leggerlo, clicca qui);
- Ulrika Josefsson, Coping with Illness Online: The Case of Patients’ Online Communities, in The Information Society, 21, 2005, pp. 143-153;
- William Labov, Some principles of linguistic methodology, in Language in Society, 1, 1971, pp. 97-120;
- Marshall McLuhan, Galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, Armando, Roma, 1995 (1° ed. it. 1976);
- Fatima Mernissi, L’Harem e l’Occidente, Giunti, Firenze, 2000;
- Marshall Van Alstyne ed Erik Brynjolfsson, Electronic communities: Global Village or Cyberbalkans?, 1996 (per leggerlo, clicca qui);
- Una selezione di libri sull’argomento dei disturbi alimentari è disponibile qui.

Vera Gheno è una studiosa di Linguistica italiana e della sua interrelazione con le nuove tecnologie informatiche. Autrice di diversi saggi sull'argomento collabora con l'Accademia della Crusca e diverse riviste culturali.

(direfarescrivere, anno II, n. 5, giugno 2006)
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