Anno XVII, n. 191
dicembre 2021
 
La cultura, probabilmente
La configurazione ibrida delle serie tv
come riflesso delle abitudini di visione
che caratterizzano l’epoca postmediale
Per Pellegrini, Angela Maiello offre un’analisi
sull’esperienza mediale che segna il presente
di Mario Saccomanno
La serialità contemporanea è un fenomeno indubbiamente complesso da decifrare. Analizzarlo nel migliore dei modi significa intrecciare le analisi riguardanti i tratti distintivi che questo formato audiovisivo ha assunto con le prassi seriali che sovente ne sono scaturite.
Per tenere uniti questi aspetti e offrire considerazioni efficaci risulta proficuo riferirsi all’ultimo periodo definendolo come epoca postmediale delle serie tv. A base della post-medialità si colloca l’idea che i media hanno varcato una nuova fase del loro processo evolutivo risultando ormai enormemente distanti dal contesto pre-digitale.
Infatti, al momento della nascita, qualsiasi medium, dalla radio al cinema, aveva organizzato un’esperienza pensata specificamente per un fruitore immerso in un contesto ben delineato e con un caratteristico dispositivo come riferimento. Con la digitalizzazione della tecnologia è venuta meno questa specificità del singolo dispositivo favorendo il sorgere di un ambiente ibrido caratterizzato dalla continuità mediale. Da questa nuova conformazione è scaturita la reciprocità tra media e ambiente. Il legame appena evidenziato è stato consentito principalmente dallo strumento in grado di rendere accessibile la fruizione nei modi più disparati: lo schermo.
L’indagine dettagliata delle innumerevoli sfaccettature che presenta questa importante mutazione è il compito che si è posto Angela Maiello nel testo Mondi in serie. L’epoca postmediale delle serie tv (Pellegrini editore, pp. 180, € 16,00). Indubbiamente, nella galassia di oggetti che popolano gli schermi, le serie tv rivestono un ruolo importante. Infatti, godono di grande popolarità al punto che si può affermare che «la serie tv è l’oggetto audiovisivo che definisce il nostro tempo».

L’importanza della continuità dell’esperienza mediale
Prendendo come riferimento temporale principalmente l’ultimo decennio si nota che i racconti seriali sono stati contrassegnati da mutamenti radicali che hanno riguardato non solo la sfera della distribuzione, ma anche le pratiche spettatoriali. Così, facendo fede alle abitudini di visione, si riscontra sempre più la centralità assunta dalle serie tv. Nel testo che si sta prendendo in esame, l’autrice mostra come il tassello decisivo di questa nuova modalità di porsi dinanzi alla serialità si sia costruito principalmente attraverso la continuità dell’esperienza mediale, divenuta palese coi cambiamenti che hanno segnato l’ultimo periodo, dove, col sopraggiungere della pandemia, i mondi seriali sono stati abitati senza alcuna paura «per mantenere un contatto proprio con quel fuori che sembrava ormai interdetto».
Le serie tv sono l’ultima tappa di una progressiva «industrializzazione del processo artistico-creativo». Il principio propulsore del suddetto processo sono la riproducibilità tecnica e la ripetizione (da intendere come lo farebbe Benjamin). Essendo l’ultima tappa, le serie tv mostrano un rimando costante a tutti i tasselli precedenti. Del resto, non a caso i racconti seriali che al giorno d’oggi vengono fruiti dal grande pubblico sono ancora definiti televisivi. Eppure, Maiello mostra nei capitoli del testo come, per le svariate ragioni indagate, le serie tv debbano essere inserite a pieno merito nella «galassia del post-cinema».
Con post-cinema l’autrice sottolinea di voler indicare un concetto euristico che tende a conformare perimetralmente l’ambiente mediale da ascrivere alla contemporaneità anziché indicare un limite temporale che possa fungere da spartiacque tra un prima e un dopo cinema.
Dunque, Maiello indaga il tempo della serialità, caratterizzato in primo luogo dalla lunga durata, dall’immersività e dalla forma totalizzante. È qui un aspetto che contraddistingue l’esperienza mediale. Infatti, il tempo dilatato e immersivo sembra cozzare col quotidiano fino a diventare un emblema di evasione rispetto a esso. In realtà, Maiello mostra come ci sia un «rapporto di massima prossimità».
Nell’ambiente contemporaneo si nota come sia sempre più difficile distinguere nettamente cosa sia mediale e cosa meno. Maiello riferisce che proprio questo spazio mediale caratterizzato da singoli media che pervadono i confini abituali risulta essere il terreno fertile dove prende forma compiuta la serialità, che per questo emerge «come la forma audiovisiva che forse meglio di tutte riesce a mettere a sistema questa nuova configurazione ibrida». Nel farlo si alimenta da un lato di tasselli caratteristici del cinema, cioè di quel «dispositivo epistemologico», dell’occhio che ha raffigurato i tratti e il sentire del Novecento, e, dall’altro lato, tende continuamente verso, per esempio, le piattaforme streaming, la rete e i social network.

La condivisibilità, la frammentarietà e l’apertura delle serie tv
Nel saggio si mostra a più riprese che fatto e medialità vivono nella loro sincronicità. Ci sono termini fondamentali che aiutano a comprendere le sfaccettature dell’articolato fenomeno della serialità. In particolare: frammentarietà, condivisibilità e apertura. Attraverso i significati di questi termini, l’autrice può indagare a fondo l’epoca post-cinematografica.
In merito alla frammentarietà, Maiello sottolinea che è un elemento peculiare della condivisione odierna e che traspare facilmente anche dal nostro modo di partecipare e alimentare il fenomeno dei social network. Infatti, sono lì che vengono condivisi momenti isolati, ritagli di cui, afferma l’autrice, «non si restituisce il senso o almeno un senso unitario».
Così, le forme di racconto che popolano i social (e non solo) hanno come caratteristica principale l’apertura: «Questi materiali sono a disposizione per un continuo lavoro di scrittura e riscrittura, di montaggio e rimontaggio, attraverso cui essi acquistano ogni volta una configurazione diversa, sempre provvisoria e sempre ridefinibile».
Oggi è facile riscontrare come lo storytelling si insinui in ogni anfratto quotidiano e come, in un certo senso, faccia di tutti noi narratori. È chiaro che gran parte di questo processo poggia le sue radici sui cambiamenti che ha portato l’esperienza di interconnettività giornaliera.
Le serie tv, che, come si è visto, si insinuano in questo ambiente ibrido, si fanno carico di tutti questi aspetti contrassegnati dalla frammentarietà e dall’apertura, oltre che, evidentemente, dalla condivisibilità. Così, proprio a causa della loro apertura intrinseca, le forme mediali sembrano spesso mancare di un senso di compiutezza dell’esperienza, di una chiave unitaria che possa dare senso complessivo al racconto che viene presentato.
Inoltre, c’è da aggiungere a questi elementi che una delle caratteristiche peculiari dell’esperienza spettatoriale odierna, post-cinematografica, è la datificazione, il significativo accumulo di innumerevoli tracce delle visioni compiute sulle maggiori piattaforme. Queste dinamiche altro non fanno che trasformarsi in spinte propulsive sempre più energiche per fare in modo che si creino nuove storie «che corrispondano alle nostre presunte o reali preferenze».

La relazione tra il tempo e l’immagine
Il mondo delle serie tv basa la sua forza sulla sua riconoscibilità che si manifesta in un territorio molle, provvisorio, in cui le possibilità di apertura sono sempre infinite e dove le riconfigurazioni sono l’aspetto che porta sempre nuove regole e nuove sfaccettature.
Dunque, afferma Maiello: «Il racconto seriale è il risultato di un continuo, e potenzialmente interminabile, atto di montaggio e rimontaggio del mondo narrativo, che non procede linearmente verso una fine».
Per questo motivo, nel testo viene dato ampio spazio dato alla relazione tra tempo e immagine che, del resto, è un atto fondante della Settima arte. Questo aspetto ricalca vigorosamente il solco tradizionale che presentano le serie tv.
Maiello applica al formato seriale il concetto di rimediazione, il neologismo foggiato da Jay David Bolter e Richard Grusin che mette in luce il continuo bisogno di comunicazione che presentano i media. Così facendo l’autrice risulta essere in grado di «individuare i punti di scarto che esso presenta rispetto a quello filmico». Questo scarto è da ricercare proprio osservando scrupolosamente come il medium seriale utilizzi il concetto di tempo.
Il film è un’operazione di sintesi che si concentra a creare una tensione verso un finale percepito come inevitabile e necessario poiché attraverso esso prende senso tutta la narrazione. Invece, nell’instabilità e nella continua possibilità di aggiunta e particolarizzazione che offre una narrazione seriale, si nota un avvicinarsi più mimetico ai paradigmi della vita rispetto a quanto si scorge nel narrazione filmica. Nel discutere approfonditamente del tempo seriale, utilizzando anche il concetto di cronotopo coniato del filosofo russo Michail Michajlovič Bachtin, Maiello riesce a presentare anche la differenza più marcata che intercorre tra il tempo seriale lineare e quello intrecciato.
Nel tempo lineare si assiste a una storia che viene trascinata progressivamente fino a un certo punto in modo rettilineo. Nel farlo, ovviamente, possono essere inseriti anche altri lassi temporali con tecniche quali il flashback o il flashforward che però non scalfiscono affatto la tensione accumulata che trova sfogo compiutamente nel dispiegamento finale. Per presentare le caratteristiche di questa modalità di funzionamento, in cui narrazione e spazialità sono aperte, Maiello fa riferimento alle serie tv Mad Men, Game of Thrones e The Handmaid’s Tale.
Nel tempo seriale intrecciato si nota che la linearità viene spazzata via da diverse narrazioni che configurano indissolubilmente il mondo che viene creato. È giusto chiarire che non ci si trova dinanzi a una prerogativa esclusiva della narrazione seriale. Il cinema e la letteratura hanno già abituato da tempo a questa modalità di fruizione. Maiello sottolinea che la serialità intrecciata non si sviluppa orizzontalmente, ma verticalmente. Così facendo, «passato, presente e futuro non sono segmenti giustapposti di una storia, né momenti che hanno nella loro consequenzialità un carattere di necessità, ma tessere di un mosaico che coesistono tutte nello stesso momento e che hanno un senso proprio nella loro sincronicità». Va da sé che questa proposta seriale non può che presentare una spazialità chiusa. I punti di riferimento attraverso cui l’autrice particolarizza le sue analisi sono soprattutto le serie tv Lost, Westworld e This Is Us.

Gli spazi e i tempi della spettatorialità seriale
Nel testo, Maiello si sofferma ancora sull’importanza e l’istituzionalizzazione della cultura on demand, cioè nella possibilità di fruizione dei contenuti audiovisivi nel momento e nel luogo ritenuto più opportuno.
Le serie tv entrano a pieno in questa rivoluzione che abbraccia dai video amatoriali presenti su YouTube fino alle Stories di Instagram, cioè tutta quella «tempesta perfetta», come Smith e Telang hanno definito i cambiamenti che hanno travolto l’industria creativa negli anni Novanta e che si sono concretizzati sia con la facile conservazione e manipolazione dei nuovi file digitali rispetto al formato analogico, sia con la trasformazione della rete in luogo in cui condividere questi contenuti. Maiello afferma che ci sono due momenti che risultano essere gli spartiacque: la nascita di Napster, avvenuta nel 1999, e la pubblicazione del primo video su YouTube che risale al 2005.
Altro momento decisivo è quanto avvenuto nel 2013 quando Netflix, capace di penetrare nelle abitudini della spettatorialità, diventa anche produttore di contenuti originali con la serie tv House of Cards. Da lì gli altri numerosi elementi che l’autrice passa in rassegna in dettaglio nel testo come il calcolare da parte di Netflix la visione dell’utente avvalendosi dei big data o il rilasciare le puntate di una serie tv in un solo momento, alimentando il fenomeno del binge watching.
Dalle analisi di Maiello risulta evidente che l’esperienza spettatoriale seriale nell’attuale epoca postmediale si costruisce a partire da vere e proprie contraddizioni. Infatti, l’elemento della disruption, cioè la frammentazione e l’individualizzazione del contenuto si lega al tema dell’integrazione che emerge a gran voce con la narrazione transmediale, cioè nel notare come il mondo creato dalla serie tv venga sempre più «declinato e dislocato su formati mediali diversi», quali possono essere, ad esempio, il fumetto o il videogame che completano o aumentano l’apertura e l’articolazione del mondo narrativo proposto. La spiegazione di questo vero e proprio ecosistema narrativo seriale è da ricercare in quella contiguità tra la fruizione seriale da parte dello spettatore e una sua partecipazione attiva al mondo creato. Sono questi elementi che fanno notare ancor di più l’importanza della rete che diventa sempre più non solo l’ambiente dell’esperienza della fruizione, ma anche il luogo della partecipazione e della condivisione dell’esperienza seriale.

Mario Saccomanno

(direfarescrivere, anno XVII, n. 190, novembre 2021)
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