Anno XVII, n. 182
marzo 2021
 
La cultura, probabilmente
Un’oculata ricerca diventa guida
per sentire la musica che non si vede.
31 diversi generi sono esplorati
Le particolarità caratterizzano i mille suoni della Terra.
Per Gianluca Grossi realizzano la propria individualità
di Mario Saccomanno
Rovistare nella musica sconosciuta ai più, quella che non si incontra sovente in radio, nel web o in tv, significa effettuare una ricerca minuziosa atta a comprendere a fondo le peculiarità di ogni contesto storico-culturale. A primo acchito, alcune tradizioni musicali, sembrerebbero non influenzare marcatamente la quotidianità in tutti i suoi svariati contesti. Eppure, a ben vedere, nella musica degli outsider si respirano le vicende, intime e allo stesso tempo universali, che legano indissolubilmente l’ascoltatore e l’esecutore a episodi che formano una tradizione, a suoni che invitano a reagire, a canti che spingono a sentire un’appartenenza.
Nel volume di Gianluca Grossi La musica dell’assenza. 31 generi tradizionali, perduti, ritrovati (Li Edizioni, pp. 254, €16,50) vengono descritti generi musicali legati da un continuo bisogno di riconoscersi, di trovare se stessi tramite gli incontri con l’altro così da colmare le distanze, riempire le assenze.

Oltre la fruibilità della musica, senza rifuggire la moda
Gianluca Grossi è direttore del quotidiano www.milanoweb.com ed è redattore della rivista scientifica Newton. Inoltre, cura diversi blog e suona e canta nella band Radio Cornelliani. Con La musica dell’assenza compie una meticolosa ricerca sulla musica «che non si vede». Infatti, la ricostruzione delle particolarità che contraddistinguono i 31 generi in cui si articola il testo soddisfano a pieno gli intenti di cui Grossi rende partecipi i lettori sin dall’Introduzione al testo: rifuggire la costruzione finalizzata alla fruibilità, al mero ascolto della musica.
L’autore cerca di delineare i tratti principali dei suoni, delle tradizioni che si respirano in tutto il mondo, quelle fatte di “veri” sentimenti, che si diffondono, di generazione in generazione, mutando continuamente pelle, senza che questo voglia dire cambiare la propria anima. Risulta molto interessante notare sin da subito che quanto offerto da Grossi non è affatto un prontuario per contrapporsi alla moda musicale vigente. Infatti, La musica dell’assenza non è un rifiuto incondizionato verso le abitudini in voga, ma è a tutti gli effetti un invito a costruire il proprio gusto, a essere padroni delle proprie preferenze, così da imparare a «discernere ciò che ci piace perché ci piace, da ciò che ci viene subdolamente imposto».
Tenendo ben in mente questo leitmotiv, è possibile addentrarsi in ogni descrizione accuratamente offerta dall’autore nel volume. La musica contenuta nel testo è quella non imposta da chi scrive la storia, dai vincitori. Infatti, a Grossi non interessa speculare sugli snodi storici e ricamare sui “se” quanto su quello contenuto nel testo. Non è importante conoscere, ad esempio, cosa ne sarebbe stato del rock se le vicende storiche fossero andate in un altro modo. Del resto, solo come esempio, riportato anche dall’autore nel volume, si pensi solo alla Reichmusikammer del Reich che venne istituita dal gerarca nazista Joseph Goebbels (1897-1945) che, se non fosse andata incontro alla conclusione nota, avrebbe sicuramente imposto una fruibilità e un approccio alla musica differente dall’attuale.
Sono tutte eventualità da cui l’autore rifugge. A Grossi interessa offrire al lettore diversi sguardi su cui modellare, attraverso attente analisi e numerosi ascolti, le proprie preferenze. Se la musica odierna è segnata enormemente dal mercato, l’autore sembra dire che, avvalendosi degli stessi mezzi e delle stesse possibilità offerte dal presente, risulta comunque possibile non rifiutare, ma “integrare” l’ascolto di quanto continuamente ascoltato con altri generi fino ad avere la capacità di modellare le proprie preferenze.

Gli strappi alla quotidianità, la musica come opinione e protesta
Grossi, nel delineare i tratti dei 31 generi musicali scelti, non rifugge dallo scrivere aneddoti sui singoli autori che hanno contribuito a rendere celebre un modo di intendere la musica. Di più: nel volume c’è sempre la volontà di diradare la nebbia che spesso avvolge l’origine e la lenta mutazione di un determinato genere musicale attraverso le ricostruzioni attendibili di conclamati studiosi.
Può a prima vista sorprendere come determinati suoni, strumenti musicali o versi si possano ritrovare, spostandosi in un altro arco temporale, in un contesto completamente differente. Eppure, a ben vedere, la vicinanza della musica dell’“assenza” del mondo è segnata spesso dagli incontri-scontri offerti dagli innumerevoli processi storici. È un aspetto molto interessate che connatura moltissimi generi. Si assiste molte volte a un fermento ingestibile, a un crogiuolo di civiltà, idee, a una continua contaminazione che porta con sé nuovi linguaggi musicali che si delineano tramite uno strappo alla quotidianità che diventa inevitabile.
Lo storico francese Fernand Braudel (1902-1985) ha discusso brillantemente sul “tempo storico” chiarendo come il compito principale dello studioso sia quello di analizzare le differenti velocità della storia. Scriveva nella Prefazione del celebre testo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II (Fernand Braudel, Einaudi) che il tempo geografico si contraddistingue per la sua immobilità, per le trasformazioni praticamente impercettibili; il tempo sociale ha un ritmo relativamente lento che si può comprendere coinvolgendo un arco temporale di uno o più secoli, attraverso cui è possibile scrutare le trasformazioni sociali e, al contempo, quelle economiche; il tempo individuale, al contrario, è un rapido, segnato da cambiamenti politici e militari. Le musiche dell’assenza che descrive Grossi si inseriscono facilmente nei tempi braudeliani e danno spiegazioni e approfondimenti sia del tempo sociale, sia del tempo individuale.
Offrendo qualche esempio descritto dall’autore, ci si può soffermare brevemente sul Rebetiko che esplode dopo il 1922, a guerra greco-turca conclusa. Nella musica trovano sfogo i risentimenti popolari. Nel caso specifico, i rimpatriati greci, a seguito dell’armistizio Muyanda, scrive Grossi, «non riescono più ad adattarsi alla vecchie abitudini e vengono malvisti da chi non ha mai lasciato la Grecia».
Un altro fra i tanti gridi di protesta descritti dall’autore è il räi che, nel mondo arabo, si scaglia «contro le tradizioni tribali, l’oscurantismo religioso, il malgoverno, giudicati fin troppo rigidi, e potrebbe essere ricondotto alle attuali rivendicazioni della primavera araba». Il genere musicale prende il nome da un verso del poeta Ahmed Ben Harrath, ya-rayi, che significa “mio pensiero”. I canti a favore dell’Algeria libera e indipendente, della libertà sessuale nel mondo arabo contrassegnato dall’oscurantismo religioso e dai malgoverni sono impressi nella voce di Chaikha Rimitti (1923-2006). Quanto cantato da Rimitti è appunto un’“opinione” intorno a quanto osservato quotidianamente, parere che spesso diventa denuncia.

La musica come stile di vita
Da come si sarà ormai intuito, Grossi si sofferma spesso sulle musiche che sfidano i regimi, sulle oppressioni subite nel vivere quotidiano e che promanano le idee di cambiamento e di denuncia. Sono suoni, generi musicali che diventano veri e propri stili di vita capaci di infrangere ogni confine. Si pensi solo al bluegrass che, al di là delle radici culturali statunitensi, ha allargato la sfera d’influenza fino a coinvolgere l’Europa, inclusa l’Italia.
Gli incontri culturali, a cui si faceva cenno in precedenza, possono essere facilmente compresi osservando la Buenos Aires del primo Novecento. Grossi fa riferimento al tango, una musica de ida e vuelta, di andata e ritorno, cioè suoni di fusione tra le tante culture approdate in Argentina, «una musica con un processo evolutivo continuo, dove ogni decennio si registra un cambiamento». Lo stesso avviene per l’irish, la rumba e per tanti altri generi descritti nel volume.
In questo contesto è inevitabile far riferimento anche al blues. La leggenda vuole che Robert Johnson abbia venduto l’anima al diavolo per diventare il più grande musicista blues del mondo. Visse solo 27 anni e la sua vita, così come le circostanze della morte, probabilmente avvenuta a causa di avvelenamento, restano tuttora oscure. Il blues è una musica conosciuta, direttamente e indirettamente, in tutto il mondo, poiché dalla “musica del diavolo” sono scaturiti tutti i generi musicali che oggi risultano essere i più ascoltati, dal rock’n’roll al funky, passando per l’hard rock al rap.
Che il blues si spinga ben oltre la musica, fino a comprendere un vero e proprio stile di vita è evidente sin dal nome che deriva da to have the blue devil, “avere i diavoli blu”. Blue è diventato sinonimo di infelicità, ma, a dire il vero, lo spettro emozionale che la parola comprende è ben più ampio, come sottolinea accuratamente Grossi, e abbraccia tristezza, rassegnazione e sofferenza. Questo rispecchia in pieno il luogo d’origine del blues: le piantagioni di cotone del XIX secolo che pullulano nel Delta del Mississippi.

Cantare l’uomo in un eterno presente
Nel volume non rimangono assolutamente in secondo piano le musiche tradizionali della penisola italiana. Infatti, vengono chiarite brillantemente le caratteristiche peculiari della «nobbilitata [sic] tarantella», la pizzica, su cui un grande antropologo, Ernesto De Martino (1908-1965), s’è soffermato a lungo nel testo La terra del rimorso (Ernesto De Martino, Il Saggiatore). Il contesto nebuloso in cui si perdono i tratti iniziali della pizzica valgono anche per la stessa tarantella, termine con cui, precisa l’autore, si «dovrebbe indicare una superfamiglia di realtà etnomusicali, riconducibili un po’ a tutto il Meridione, dalla Puglia alla Campania, dalla Sicilia alla Calabria». La ricerca di Grossi approda anche in Lombardia, dando lustro alla tradizione musicale lombarda.
Il volume si arricchisce di un’utilissima Bibliografia, indispensabile per chiunque voglia approfondire aspetti specifici contenuti nel testo. Inoltre, è opportuno far cenno ai contributi, riportati in apertura de La musica dell’assenza di tre autori che hanno scritto pagine importanti della musica italiana: Vinicio Capossela, Massimo Bubola e Carlo Muratori.
In particolare, Capossela, che ha ottenuto innumerevoli riscontri positivi per la sua carriera che continua a nutrirsi costantemente di numerose tradizioni, si sofferma, parafrasando il poeta Jorge Louis Borges (1899-1986), sulla conformazione eroica che assumono le musiche dell’assenza. Afferma che cantano inevitabilmente il presente, senza il timore di dire addio e che si soffermano sull’uomo «nel suo naturale struggimento». Inoltre, riferisce che la musica dell’assenza mostra interesse a ogni singolo giorno come se fosse l’ultimo di cui si dispone. Da qui, tristezza e gioia si fondono e danno vita a sentimenti veri, quelli che Grossi scova in ogni anfratto, in ogni realtà del mondo e li offre, attraverso lucide e mai ampollose ricostruzioni, al lettore.

Mario Saccomanno

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)
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