Anno XV, n. 163
agosto 2019
 
La cultura, probabilmente
Tutelare i diritti umani e portare la pace:
un onere e un onore alla portata di tutti
per fare del domani un tempo migliore
Dieci dialoghi che denunciano dolorose ingiustizie e incitano
a risanare il mondo. Da Graphe.it, con Amnesty International
di Graziana Pecora
Quando si parla di diritti umani e della loro violazione, si pensa sempre a qualche paese “esotico”, all’Africa, all’Asia, al Sudamerica, e la percezione del tema che ne deriva, in termini di importanza per la nostra vita, va immediatamente a collocarsi in un luogo remoto della nostra mente, quasi che la lontananza geografica di quei paesi corrispondesse a un’analoga distanza dalla questione stessa. E invece il problema è più vicino di quanto si possa credere, non solo perché nell’era globale tutti noi, in quanto cittadini del mondo, abbiamo il dovere morale di occuparcene anche laddove non ci coinvolgesse direttamente, ma anche perché, in verità, i diritti umani vengono troppo spesso violati anche in Italia. Basti leggere l’ultimo rapporto di Amnesty International: «Sono proseguiti gli sgomberi forzati di comunità rom e la discriminazione nei loro confronti», con episodi di violenza, incendi e chiusura di campi non autorizzati, nonostante l’“emergenza nomadi” sia stata dichiarata illegale. O, ancora, le «autorità non hanno risposto adeguatamente all’aumento del numero di arrivi via mare di persone provenienti dall’Africa del Nord, violando i diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati», con azioni come espulsioni sommarie di massa, infrazioni del divieto di non-refoulement e detenzioni illegali, spesso in centri di accoglienza che mostravano condizioni evidentemente non conformi agli standard internazionali. L’Italia, inoltre, «non ha istituito meccanismi efficaci per la prevenzione e la punizione della tortura e altri maltrattamenti» a opera delle forze di polizia e dei funzionari penitenziari.

I diritti umani sono dentro di noi
Nel cinquantesimo anniversario dalla nascita di Amnesty International, Roberto Fantini, insegnante di Filosofia e Storia, nonché militante veterano dell’organizzazione non governativa, per conto della quale si è occupato anche di educazione ai diritti umani formando molti docenti, pubblica un breve libretto le cui piccole dimensioni sono inversamente proporzionali alla grandezza e alla rilevanza dei temi trattati. Il cielo dentro di noi. Conversazioni sui Diritti Umani (sul mondo che c’è e su quello che verrà) (Graphe.it edizioni, pp. 112, € 10,00), che vanta la Prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International e direttore della comunicazione per l’Italia, si pone infatti un obiettivo molto alto, sin dal titolo. Il cielo, percepito come qualcosa di superiore a noi, non solo per la sua posizione rispetto alla terra che calpestiamo, ma anche per l’accostamento che da sempre ne facciamo all’infinito, all’imperscrutabile, a Dio, è riportato qui a una dimensione più terrena: non è sopra, ma dentro di noi. La nostra ricchezza interiore, nel momento in cui cogliamo l’importanza delle leggi morali, è infinita, tanto quanto il cielo: ci rendiamo dunque conto di come i diritti umani, che sono leggi morali universali, non risiedano nelle stelle ma appartengano alla realtà della contingenza, a noi stessi, e siano quindi qualcosa di concreto, che possiamo quasi toccare. Sta a noi, pertanto, schierarci: possiamo decidere di difenderli attivamente oppure violarli (il che equivale un po’ a violare noi stessi). Come lo stesso autore ha spiegato nel corso di una delle sue presentazioni del libro, avvenuta l’11 novembre 2012 alla Rocca Paolina di Perugia nel contesto della manifestazione culturale “Umbrialibri” – che tra l’altro ha visto la partecipazione di alcuni attivisti di Amnesty International –, non è possibile rimanere a metà tra queste due posizioni, ignorando di proposito l’esistenza e l’importanza dei diritti umani, magari solo con la scusa di non essere in grado di affrontare il tema, poiché equivarrebbe semplicemente a schierarsi nel secondo gruppo, quello dei detrattori.

Dieci incontri, dieci temi
Il breve testo di Fantini, il quale forse con troppa umiltà scrive nella Premessa di non essere lui «il vero autore di questo libro», è in verità una raccolta di dialoghi intrapresi con dieci persone «la cui notorietà è, nella maggior parte dei casi, inversamente proporzionale alla competenza. Persone che hanno visto, hanno vissuto e compartecipato a ciò che raccontano. Persone che non appaiono in televisione con la dicitura “sdoganante” di “esperto”, quel passe-partout che autorizza a dire qualunque cosa senza timore di essere smentiti dai “non esperti”». Queste persone, «che uniscono cuore e intelletto, conoscenza teorica a esperienze personali (a volte anche drammatiche)», si sono prestate, con molta disponibilità, a rispondere ai quesiti dell’autore. Ognuna ha affrontato in maniera concisa – ché in poche pagine non è possibile parlare della situazione mondiale dei diritti umani – tematiche diverse ma accomunate da profondo rispetto per la vita e da grande umanità.
Lorenza Mazzetti, scrittrice e regista cinematografica, parla di antisemitismo. Rimasta orfana da bambina, fu testimone dell’eccidio della famiglia Einstein (più nota come strage di Rignano) perpetrata dalle milizie naziste, in cui morirono la zia e due cugine. Nel suo intervento si sofferma sull’importanza di risalire alle radici dell’odio nei confronti degli ebrei, di cui la Shoah nei primi del Novecento non fu altro che la conseguenza. Radici antiche che affondano nella teologia del cristianesimo, il quale ha contribuito alla demonizzazione dell’antico popolo ebreo, negando molte verità e permettendo la creazione di falsi storici. Radici che ancora oggi possono costituire un pericolo concreto.
Enrico Calamai, ex diplomatico, tratta della tragedia dei desaparecidos argentini. Alla fine degli anni ’70, nel corso del suo mandato a Buenos Aires, riuscì a mettere in salvo e a far espatriare circa 300 dissidenti politici del regime di Videla. Nella sua analisi del fenomeno della desaparición egli mette in luce l’analogia tra il metodo repressivo argentino, incentrato sull’occultamento degli oppositori (e delle torture a essi inflitti), e il sistema di silenzio nei confronti dei media perpetrato dai governi occidentali dell’epoca, che si avvalsero dell’aiuto degli striscianti ma reali poteri massonici e mafiosi per contrastare, in nome degli interessi del sistema produttivo, una possibile mobilitazione della stampa contro le violazioni dei diritti umani in America Latina. Concentrandosi poi sull’Italia, non manca di evidenziare le colpe delle forze politiche nazionali e del Vaticano, entrambi attuatori di schemi operativi che non furono che «manifestazioni della cosiddetta realpolitik».
Yolande Mukagasana, ruandese, parla del genocidio dei Tutsi del 1994, a cui sopravvisse miracolosamente senza riuscire però a salvare marito e figli. La sua è una testimonianza di una persona che ha superato l’orrore e si rende conto che l’umanità, intesa come spinta a fare il bene, può essere ricostruita solo risalendo alla radice del male, conoscendolo, ascoltandolo, così da combattere l’impulso a commettere altra violenza. Anche nel caso del genocidio ruandese, spiega, la chiesa si macchiò di notevoli colpe: per errore o per una precisa volontà, si intrufolò nel sistema politico, oltre che nelle scuole, e permise il divide et impera, favorendo l’emarginazione e il conflitto. Il messaggio di pace di Yolande Mukagasana è semplice e profondo al tempo stesso: «Il male, indipendentemente dal bersaglio verso cui viene rivolto, è e resta male, non cambia certo la sua natura a seconda dell’identità della vittima». E per non arrendersi al male, dice, dobbiamo educare alla religione della vita, perché «la vita è già una religione: è la religione».
Harry Wu, ora attivista per i diritti umani e professore universitario negli Usa, fa diverse rivelazioni sui laogai, i campi di concentramento cinesi, in cui egli stesso fu imprigionato nel 1960 per diciannove anni con l’accusa di essere un oppositore del Partito comunista cinese. Insieme ad altri orrori del regime, questi disumani centri di detenzione, di cui poco si conosce non solo in Occidente ma persino nella stessa Cina, sono infatti “segreto di stato”. In essi tutti i reclusi, dai criminali comuni ai credenti di ogni confessione, dai monaci tibetani agli oppositori del regime, vengono intenzionalmente ridotti in schiavitù, maltrattati, spesso uccisi – per alimentare, si sospetta, il commercio illegale di organi –, torturati e costretti ai lavori forzati: un’enorme risorsa produttiva a costo zero che giova solo al regime e a quasi tutte le multinazionali che producono o investono in Cina, lasciando il resto del paese nella più completa indigenza. Harry Wu, tuttavia, sostiene che anche in Occidente il modello cinese stia fallendo e, come accadde per l’Unione Sovietica, anche la “cortina di bambù” cadrà in frantumi.
Giuseppe Lodoli, presidente del Comitato “Paul Rougeau”, parla della pena capitale. Egli sostiene da quasi trent’anni i condannati a morte statunitensi nelle loro esigenze affettive, legali e materiali e si batte per l’abolizione di questa pratica punitiva inumana. La sua esperienza lo ha portato a pensare che, perlomeno nelle società democratiche (poiché nei regimi totalitari ha funzioni diverse), la pena di morte non sia in grado di risolvere né ridurre il problema della criminalità violenta, perché non agisce sulle cause, ed è solo un’altra faccia della violenza stessa. Il vero deterrente alle azioni “malvagie” sta nella prevenzione, per esempio con investimenti nel sociale che cerchino di eliminare le condizioni di disagio, materiale e mentale, vere colpevoli delle degenerazioni violente. In questo modo si ridurrebbe il tasso di criminalità, e chi ancora si macchiasse di reati andrebbe fermato, riabilitato e seguito. Costatazioni che a molti potrebbero anche apparire ovvie, ma che a giudicare dallo stato di diritto della “potenza” statunitense ancora vengono rigettate dai più, accecati forse dalla sete di vendetta e da pulsioni esse stesse violente.
Patrizio Gonnella, saggista e presidente dell’Associazione “Antigone”, parla della situazione carceraria italiana, che ha avuto modo di conoscere da vicino grazie all’incarico di direttore in diversi penitenziari. Se è vero che nel nostro paese la legge conferisce alle carceri il ruolo di riabilitazione dei detenuti, la realtà è spesso ben diversa, e questo è dovuto a gravi mancanze nelle politiche legislative e di polizia, sempre più dirette, specie negli ultimi tempi, a criminalizzare le posizioni personali (si pensi all’istituzione del reato di immigrazione clandestina) e gli stili di vita (come il reato di consumo di stupefacenti), cosa che porta inevitabilmente al sovraffollamento delle carceri e al peggioramento delle loro condizioni igienico-sanitarie. La questione della riabilitazione, poi, è spesso lasciata alla “creatività” di enti locali o addirittura dei singoli direttori penitenziari, che solo raramente riescono a “inventarsi” dei lavori da assegnare ai detenuti, e laddove non lo fanno spesso il tasso di suicidi lievita in maniera esponenziale.
Andrea Taviani, medico, socio fondatore dell’Associazione umanitaria “Medici contro la tortura” e responsabile nazionale del Coordinamento medici della sezione italiana di Amnesty International, parla di tortura, pratica crudele e degradante, ufficialmente bandita da tutti gli stati del mondo, ma che tuttora, nella pratica, fa numerose vittime. L’intervento di Andrea Taviani si concentra in particolar modo sulla disumanità di tali aberranti sevizie, le quali si radicano nel corpo e nella mente e non possono essere cancellate, perché mirano ad annientare la personalità della vittima, soprattutto poi se a praticarle sono persone “normali”, dei pubblici ufficiali, magari. In merito alla questione, fa riflettere il fatto che l’Italia, benché firmataria della Convenzione di New York, non abbia ancora introdotto nel proprio codice penale il reato di tortura.
Antonio Marchesi, filosofo e professore di Diritto internazionale, descrive Amnesty International, di cui è stato in passato presidente nazionale. Ripercorrendo la storia della sua militanza all’interno dell’associazione, gli incontri con personalità di spicco che hanno segnato il suo impegno e le sfide vinte negli anni, egli riflette sui numerosi cambiamenti attraversati nel tempo da Amnesty International, il cui logo, una candela avvolta dal filo spinato, non può non infondere speranza nel futuro, nonostante siano tanti oggi i segnali allarmanti sulla sorte del nostro pianeta che potrebbero spingere molti al pessimismo.
Maurizio Simoncelli, storico e membro del consiglio direttivo dell’Istituto di ricerche internazionali “Archivio Disarmo”, fa il punto sulla situazione mondiale e poi nazionale in materia di produzione e commercio di armi, sia all’interno delle nazioni Ue e Nato che al di fuori, rilevando che le esportazioni avvengono anche verso paesi con regimi autoritari, come Cina o Libia. Nonostante la “corsa agli armamenti” oggi non sia più un’emergenza, e ci sia anzi una tendenza al disarmo, la produzione e i costi delle armi sono lievitati negli ultimissimi anni e rappresentano indubbiamente un’enorme fonte di ricchezza, a discapito di industrie di diverso tipo.
Luigi De Salvia, segretario generale della sezione italiana di Religions for Peace e cofondatore dell’Associazione “Ascoltare le sofferenze” per la cooperazione interreligiosa in medicina, parla di religioni e diritti umani. Partendo dal presupposto che «le religioni non possono essere idealizzate, come d’altra parte non possono essere demonizzate», il rischio che esse hanno corso e in cui sono spesso cadute nei secoli è stato di farsi portavoce di «una propria “armoniosa” Visione-del-mondo», con la conseguenza di «demonizzare gli altri che sono opposti [ossia i non credenti o i credenti di altre confessioni, Ndr] e, se “necessario”, estirparli». Ma le religioni sono state anche – e dovrebbero insistere in questa direzione per cercare di risolvere molti dei conflitti mondiali – portatrici di un’attitudine “femminile” di apertura al Mistero e di un atteggiamento «“materno” di sollecitudine verso la fragilità e il sostegno della vita». Sebbene la necessità di dialogo interreligioso sia stata riconosciuta ufficialmente, molta è ancora la strada da percorrere, e tra le varie associazioni Religions for Peace cerca la collaborazione tra i popoli «valorizzando le risorse spirituali proprie delle religioni».

Diritti umani: «fulcro creativo della nostra storia presente e futura»
Definita dallo stesso Fantini, in occasione di un incontro con l’autore alla libreria “Musica e Libri” di Bastia Umbra (Pg), «un viaggio quasi dantesco alla scoperta di ciò che c’è dentro di noi», questa piccola ma densissima raccolta di «chiacchierate», che consigliamo a tutti di leggere e diffondere (anche perché i diritti d’autore saranno interamente devoluti alla sezione italiana di Amnesty International), ci offre la possibilità di conoscere da vicino tematiche che hanno impegnato e impegnano tuttora, spesso con conseguenze anche drammatiche, molte persone in tutto il mondo. Nella speranza che il desiderio di mettersi dalla parte dei più deboli sia contagioso e possa pian piano rendere il nostro il migliore (o quasi) dei mondi possibili.

Graziana Pecora

(direfarescrivere, anno IX, n. 86, febbraio 2013)
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