Anno XVIII, n. 198
luglio 2022
 
La cultura, probabilmente
Quando il ciclismo da attività
diventa una metafora della vita.
Una storia di sport e amore fraterno
Il fratello, il gregario e l’angelo custode di Fausto Coppi.
Un saggio non soltanto sportivo per Infinito edizioni
di Emiliano Peguiron
Serse Coppi, l’angelo gregario. Fratello di sangue e di vento (Infinito edizioni, pp. 228, € 14,00) di Lucio Rizzica, giornalista e autore di diversi volumi di cui altri tre per la stessa casa editrice (Proprio come una cometa, Behind e Confine invisibile) è un saggio di argomento sportivo degno di attenzione e ricco di contributi. Infatti, è introdotto prima dalla Prefazione di Felice Gimondi, un campione di ciclismo su strada e dirigente sportivo, poi dall’Introduzione di Riccardo Magrini, dirigente sportivo e commentatore televisivo, con la preziosa curatela di Angela Rota, giornalista con la passione per il ciclismo e concluso dalla Postfazione di Marco Carrea, il figlio di uno dei gregari di Fausto Coppi, Andrea Carrea.
L’argomento principale di questo saggio è incentrato sulla figura del Coppi di cui meno si è parlato in confronto al campione Fausto, ovvero Serse Coppi. Come verrà analizzato nelle righe che seguono Serse è molto più di un fratello per Fausto, è un gregario nel ciclismo, sport capace di unirli indissolubilmente, ma rappresenta soprattutto un collante fondamentale nella vita di tutti i giorni: è la parte divertente e sorridente del fratello, è colui che c’è sempre, la spalla su cui piangere, il braccio che aiuta Fausto a rialzarsi dopo una caduta, reale o simbolica che sia.
Purtroppo, la favola sportiva che viene presentata nel libro in questione non ha, come l’esistenza insegna, un lieto fine. L’abilità dell’autore sta proprio in questo: raccontare una storia realmente accaduta con lo stile e il linguaggio proprio del romanzo. Così i lettori vengono accompagnati lungo il cammino breve quanto ricco di emozioni dei fratelli Coppi, mettendo in luce il ruolo fondamentale che ha avuto, fino alla morte in maniera positiva e, dopo, lasciando un vuoto incolmabile nella vita del campione del ciclismo di tutti i tempi.

Ingresso nell’olimpo dei ciclisti
Ecco, dunque, che in poche pagine veniamo trasportati nel mondo del ciclismo degli anni immediatamente precedenti e immediatamente successivi al secondo dopoguerra, quelli in cui di diritto si impongono i fratelli Coppi. Nel mezzo vi sono dei salti temporali che ripercorrono le umili origini di Castellania, un piccolo paese situato in Piemonte, attraverso testimonianze dirette e indirette, a comporre un vero e proprio memoriale della vita, delle gioie e, infine, dei grandi dolori dei due campioni morti prematuramente. Sì, entrambi campioni: Fausto riconosciuto da tutti, Serse soltanto in seguito dalla grande maggioranza ma da sempre dal fratello maggiore che è consapevole di quanto sia stato cruciale il ruolo di gregario e angelo custode del piccolo Coppi, detto affettuosamente “Sersone”.
Serse, infatti, scorta Fausto in numerose vittorie e si nutre del suo bene, della sua felicità. Inoltre, nella sua carriera da professionista si toglie anche un’enorme soddisfazione, seppur agrodolce: nella rocambolesca e a dir poco discussa corsa Parigi-Roubaix del 1949 vince ex aequo con André Mahé.

Oltre il ciclismo
La storia dei fratelli Coppi, per quanto legata al ciclismo, va ben oltre. L’autore di questo saggio lo sottolinea a più riprese. Un legame, di questi due fratelli, così simili nell’aspetto e così distanti a livello caratteriale, che sembra poter vincere qualsiasi ostacolo, qualsiasi situazione problematica.
Ad accorgersi del loro speciale rapporto sono tutte le persone più care ai Coppi ma anche chi si occupa di critica sportiva. Su tutti Dino Buzzati, di cui l’autore propone un estratto di un articolo particolarmente toccante e che centra in pieno il ruolo di Serse così come la sua fedeltà al fratello, il suo amore puro privo di qualsiasi tipo di invidia o di opportunismo. Una vita al servizio del fratello maggiore finita troppo presto e, certamente, senza i riconoscimenti che avrebbe meritato. Una vita da fratello-ombra che si è espressa in tutta la sua genuinità e profondità, in corsa così come nella quotidianità.

La fine di un entusiasmante percorso
Come detto sopra la storia dei Coppi è lontana da un finale positivo. Serse muore successivamente a una sfortunata caduta che gli causa un’emorragia cerebrale nel Giro del Piemonte del 1951, a soli ventott’anni. Con lui se ne va anche una parte di Fausto che non solo perde un fratello e un valido gregario ma anche una vera e propria colonna portante, una certezza portata via da un assurdo incidente. Nel 1960 il mondo del ciclismo perde anche Fausto a causa della malaria, anche lui ancora giovane, a quarant’anni.
Ma c’è sempre da sorridere, anche nelle disgrazie, e questo ce lo insegna pagina dopo pagina l’autore di Serse Coppi, l’angelo gregario prendendo d’esempio proprio l’uomo e il ciclista protagonista di questa storia. Il sorriso di Serse oltre che immaginato, attraverso le parole stampate, viene riportato sull’Album dei ricordi posto a conclusione. Fotografie in cui Serse trasmette serenità, quella stessa serenità che riusciva a trasmettere al “Campionissimo” e fratello di sangue, Fausto Coppi.

Emiliano Peguiron

(direfarescrivere, anno XVIII, n. 197, giugno 2022)
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