Anno XV, n. 166
novembre 2019
 
La cultura, probabilmente
Quando il quotidiano è la rivoluzione:
piccoli grandi universi si intrecciano
in un romanzo semplice ma efficace
Per il Seme Bianco Francesco Boschi e la sua idea di scuola:
un impegno e una responsabilità. Prefato da Rino Tripodi
di Adriana Colagiacomo
I ricordi più belli, più delicati ma contemporaneamente impressi con più forza dentro ognuno di noi appartengono sostanzialmente a due mondi: la famiglia e la scuola. Quando si fa andare la mente a quei tempi, è facile rievocarne colori, sensazioni, profumi. Il romanzo di Francesco Boschi, appartenente alla “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, Le incantevoli luci della vita (il Seme Bianco, pp. 264 , € 21,90), con la bella Prefazione di Rino Tripodi, riesce a fare questo. A riportare il lettore agli anni felici della scuola, quando il mondo, visto e immaginato dietro a un banco, era qualcosa di affascinante, avventuroso, spaventoso a volte. E quando la rassicurante figura della maestra rappresentava la guida verso quel mondo sconosciuto, una figura che si andava a sovrapporre oppure, in alcune circostanze addirittura, a sostituire alla figura genitoriale. Tuttavia, se anche fossimo in grado di rievocare cosa voleva dire essere alunno saremmo capaci di metterci nei panni di un insegnante, di capire quello che si nascondeva dietro il suo ruolo? Sicuramente amore, passione, dedizione ma anche molta fatica, dubbi e insicurezze. Un affetto sconfinato per gli allievi e il peso della responsabilità che il formare delle menti ancora acerbe comporta. Ma non solo. Proprio come dietro a ogni allievo, dietro a ogni insegnante si nasconde un piccolo grande universo.

«Insegnare significa toccare una vita per sempre»
Che cosa vuol dire insegnare? Ci sarebbe tanto da dire, in merito, specialmente date le condizioni in cui versa attualmente la scuola nel nostro paese. Insegnare è per alcuni un lavoro come un altro. Per altri, e per fortuna, è una missione. Lo sa bene il nostro autore, che costruisce la sua protagonista sulla base di quella che è, o che dovrebbe essere, una vocazione. Un personaggio di cui il lettore può sentire, fin dalle prime righe, l’amore per quello che fa ogni giorno: si sente il profondo senso di responsabilità verso i suoi alunni, che reputa un po’ anche suoi figli, ben consapevole che tutto ciò che lei, con il suo lavoro, imprimerà nelle loro giovani coscienze, resterà pressoché indelebile svolgendo quello che per Albert Einstein è «l’arte suprema dell’insegnante: risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza».
Un ruolo che rende la protagonista ben consapevole di essere anche lei allieva a sua volta, grazie ai suoi allievi che, campanella dopo campanella, riescono a cambiarla e migliorarla.
A questo tema se ne intrecciano molti altri, primo fra tutti quello dell’amore. Bello, forte, incondizionato ma non sempre a lieto fine: come la stessa maestra racconta in classe in apertura del romanzo, la vita è un viaggio in salita su una strada che spesso è piena di ostacoli. Ma la cosa più importante è il saper fare tesoro di ogni piccola esperienza per rendere il viaggio non fine a se stesso. Le cose belle arrivano, bisogna solo saperle riconoscere e dar loro la possibilità di trovarci. Come l’amore o la maternità, esperienza che la protagonista sperimenterà a un certo punto della sua vita e della narrazione. Ma l’essere insegnante non pone in una condizione di amore e responsabilità analoghe all’essere genitore? Considerato l’affetto di cui sono piene queste pagine, probabilmente sì.
Boschi è bravo a trattare molte tematiche delicate, come la diversità, i bisogni educativi speciali e le relative dinamiche che all’interno di una famiglia questi problemi possono comportare: l’interesse è espresso anche in modo pratico, come si può notare dal font con cui è stato pubblicato il libro, adatto anche a lettori che hanno problemi di dislessia. La difficoltà dell’accettazione e della presa di coscienza, l’impegno per cercare una soluzione. Il tutto viene trattato con uno stile semplice, immediato e pulito, adatto praticamente a tutti, come lo stesso autore afferma, mostrando cura, attenzione e sensibilità verso un pubblico quanto più vasto possibile.

Less is more
Il fascino di quest’opera risiede nella sua semplicità espressiva, sintattica e stilistica. Funziona perché priva di artifici retorici e letterari, in cui sarebbe facile cadere visti gli argomenti trattati. Lo stile della narrazione fluisce tranquillo, sobrio ed equilibrato. Tutto è curato nel dettaglio, nulla è lasciato al caso ma risulta essere diretto e immediato, come solo le emozioni più pure sanno essere. Ci immerge in una realtà pulita, quella della scuola intesa come luogo in cui crescere e formarsi, accompagnati da docenti che svolgono ogni giorno il proprio lavoro come la più nobile delle missioni. Chiusi i battenti dell’edificio scolastico si aprono quelli personali di alunni e genitori, alle prese con le difficoltà quotidiane, con la solitudine, con il buio delle sofferenze terrene e con la luce che, inevitabilmente, arriva sotto forma di amore. Sotto la forma di una maternità a lungo desiderata e, alla fine, finalmente vissuta. Esperienza, questa, che non può prescindere dall’essere o non essere stata insegnante. Ma che, anzi, con la professione (o missione) svolta si incontra e si intreccia, dando luogo a un capitolo di vita nuovo. Personaggi normali, dalle vite normali, in cui ognuno può identificarsi. E quindi, come Rino Tripodi afferma nella sua Prefazione, «[...], ben vengano romanzi come quelli di Francesco Boschi, che narrano vicende ordinarie di persone normali, con un linguaggio e uno stile misurati e rispettosi del lettore e degli stessi personaggi».

Adriana Colagiacomo

(direfarescrivere, anno XV, n. 166, novembre 2019)
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