Anno XV, n. 158
marzo 2019
 
La cultura, probabilmente
Il popolo balcanico in perenne viaggio;
l’inizio della testimonianza di un figlio
sul padre e la sua ricerca linguistica
Per Rubbettino editore Luan Starova scrive una “lunga storia”
riguardante la sua famiglia e la sua patria, legati dalla cultura
di Maria Chiara Paone
«Davanti a nessun altro mi sentivo così libero di esprimere senza remore quello che avevo nel cuore. Con lui osavo parlare di me stesso persino con parole di autoelogio, anche quando non era d’accordo con quello che dicevo. Quando persi mio padre, non persi solo una figura insostituibile, ma anche il lettore ideale, dotato di un’attenzione tale, che solo le condizioni dell’esilio possono creare. E infine, con la perdita di mio padre venne a mancarmi il mio amico migliore».
In questo passo, delicato e al contempo straziante, possiamo già trovare il punto di riferimento di Luan Starova, contemporaneo scrittore albanese, con un passato, tra gli altri suoi incarichi, da giornalista e ambasciatore (insignito peraltro, l’anno scorso, del cavalierato della Legione d’Onore francese), resosi famoso grazie alla sua Saga balcanica di cui I libri di mio padre (Rubbettino editore, pp. 206, € 18,00), libro da cui è tratta la citazione iniziale, ne è l’introduzione.

L’importanza della lingua
Già dalle prime pagine si può intuire come in quest’opera si utilizzi lo stile narrativo come strumento di descrizione per un periodo storico ben definito, quello descritto dall’autore nelle sue intenzioni iniziali, un bisogno nato da un’altra esigenza: «Dai cinquant’anni di vita coniugale di mia madre e mio padre ho ereditato – nel corso della mia esistenza – un grande tesoro di tranquillità, accumulato mentre i colpi del destino battevano alle porte della nostra famiglia.
[…] non mi rimaneva altro che ricercare la fonte di tale tranquillità e, con quelle poche parole che mi sgorgavano, tessere la storia della mia famiglia, che al contempo è anche la storia cinquantennale dei Balcani dal 1926 al 1976».
In questo modo ci ritroviamo catapultati soprattutto, per i primi due libri contenuti in esso, nella vita della famiglia Starova, colma di viaggi (o, per meglio dire, migrazioni), politica, conseguenti guerre ma, soprattutto, di cultura e libri; innumerevoli, che componevano una «biblioteca vagante», agli occhi dell’autore bambino (e non solo), mitica come potrebbe esserlo quella perduta di Alessandria d’Egitto, una testimonianza fisica della “piccola e grande storia” che attraversò i paesi dei Balcani e le loro popolazioni.
Un patrimonio inestimabile e così vasto non solo per i contenuti, ma anche per la diversità di lingue e scritture differenti. Infatti, ad accompagnare la presentazione della biblioteca, vi è una riflessione fondamentale ed estremamente saggia sul concetto di “lingua materna”, che sembra essere una prerogativa universale e univoca ma, al contrario, può risultare difficile da definire per chi ha dovuto vivere sempre lontano dalla madrepatria. Tuttavia Starova decide di considerare questa situazione senza negatività, non promuovendo una lingua a migliore delle altre, ma elevandole tutte a strumenti preziosi per attingere a una maggiore conoscenza.
«Quando giunse il mio momento di decidere quale lingua straniera, di portata mondiale, avrei dovuto studiare a scuola, chiesi a mio padre […].
“Non c’è un segreto per questo, caro figliolo. Studia qualsiasi lingua, dedicati a una di esse piuttosto che ad alcune, preoccupati di impararla come si deve. Penetra nei segreti di questa lingua, qualunque essa sia. In questo modo riuscirai a comprendere che tutte le lingue si basano su fondamenta che le accomunano, poiché tutte sono germogli di un unico rizoma umano…”».
D’altro canto Arif, il padre dell’autore, aveva come obiettivo primario quello di spezzare la situazione “babelica” in cui si ritrovava, per epoca e lingua: così, secondo il racconto del figlio egli trascorreva il suo tempo a imparare parole nuove, a creare «neologismi plurilingue, credendo di pervenire a un eureka linguistico, che gli avrebbe consentito di passare facilmente da una lingua all’altra, in modo che lo comprendessero tutti.
E papà si spense con i dizionari tra le mani. Se ne andò non tradotto...».

Le radici del cuore
In una situazione familiare così complessa è assolutamente nella norma, se non sacrosanto, cercare di portare con sé qualcosa che possa dimostrare, in ogni momento, qual è la propria casa. Gli oggetti, i luoghi degli Starova sono due: le chiavi di tutte le abitazioni passate, come monito di speranza per un futuro ritorno, e il lago – quello di Ocrida, al confine macedone – simbolo della loro vera patria e dell’infanzia di Luan e dei suoi fratelli, una sorta di “tata” naturalistica e lontana, dopo l’ennesimo trasferimento, ad imparare al meglio la nuova lingua, a sentire meno la condizione di stranieri e migranti.
Il viaggio è quindi un altro tema fondamentale, mediante le scelte del capofamiglia sulle due contrapposte strade da intraprendere per la sicurezza della famiglia, «una delle quali portava a Oriente, a Istanbul, Il Cairo, e l’altra a Parigi o Roma, e da lì, in America. In realtà per lui non esisteva altra alternativa. Non era questo il crocevia, davanti a cui era stata costretta a tentennare la maggior parte dei nostri antenati?».

Un inventario per l’anima
Un libro atipico, senza dubbio per la sua funzione quasi “prefazionale” di quello che certamente arriverà negli altri volumi, ma anche per lo stile narrativo, per cui non si riesce a decifrare una cronologia ben definita: un caos organizzato mediante il quale si rievocano eventi e sensazioni a partire da un libro specifico, da una medaglia al lavoro socialista, donata al padre e indossata con orgoglio, fino ad arrivare ai ricordi degli amici intellettuali del padre tra cui spiccano le figure di K.K., suo compagno di letture parallele, amante dell’Occidente quanto Arif lo fu dell’Oriente, e quella certamente malinconica di Olga Nicota, professoressa di francese, morta dopo una sorta di presentimento, tale da lasciarle mettere in ordine la casa, prima di accingersi a leggere l’ultimo libro della sua vita: come scrive Starova, infatti, «In mano le era rimasto La porta stretta di Gide».
Tramite questa tecnica il lettore non si annoia, anzi rimane ancorato alle pagine, per tentare di scoprire di più di un periodo assolutamente turbolento e colmo di scissioni e di cui ancora oggi si registrano le tracce.

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XV, n. 158, marzo 2019)
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