Anno XV, n. 157
febbraio 2019
 
La cultura, probabilmente
Le fotografie, scatti capaci letteralmente
di salvare una vita, verso una strada
destinata all’oblio, in totale solitudine
Per Città del Sole edizioni Rosario Musmeci racconta la storia
di Carlo e del suo Alzheimer sempre più disabilitante
di Gilda Pucci
In foto «il bambino è tra le braccia del padre, ma appare evidente che vuole scendere giù, per terra, liberarsi. Equilibrio imperfetto. La madre è la smorfia di un sorriso, rivolto verso il figlioletto. La figlia accanto al padre, in piedi alla sua sinistra, la borsetta – pendolo – agganciata per i manici con la mano sinistra. Il padre con la mano destra in alto nell’atto di proteggere gli occhi dal sole. Un raggio di sole».
Carlo ha ricordi abbastanza nitidi del suo vissuto di quando era piccolo, quelli con “Anciulina”, immagini che descrivono il loro amore, quelli della sua famiglia, le nascite, i matrimoni e i momenti tristi. E tante foto, davvero tante, ha davanti ai suoi occhi, scatti impregnati di vita che immortalano quei momenti. Ora però Carlo non ricorda più nulla. Quelle foto possono rivelarsi l’unico mezzo efficace per possedere una storia, per esistere. Questo narra il romanzo di Rosario Musmeci, Il terzo scatto (pp. 144, € 12,00) pubblicato da Città del Sole edizioni.

Una foto per ricordare

Dopo una vita intensa di esperienze ora Carlo non sa assolutamente dove si trova. In una clinica, simile a una casa, ma una casa che non è più così piena e fiorente e che dunque non riconosce. Un posto vuoto. Chi sono questi sconosciuti? Cerca di prendere in giro gli altri e assecondare tutti; «quegli estranei che gli ronzano intorno gli danno solo fastidio», tra cui la «dottoressa con i capelli gialli». Scambia nei suoi pensieri la moglie Angela per una zia. Non riesce a riconoscere neppure i suoi figli, Elena e Antonio, quelle due figure anonime che potrebbero essere qualsivoglia persona e che lui non vuole contraddire. Entrambi pretendono dall’anziano signore ragionevolezza e con loro spesso Carlo si limita, invece, a prendere il gelato da Condorelli.
La vita di Carlo viene raccontata dall’autore direttamente, attraverso gli elementi che compongono il racconto: i lunghi monologhi, lasciando emergere il passato del protagonista, tratteggiano le caratteristiche dei componenti della sua numerosa famiglia consentendoci di distinguere nella lettura i personaggi. Tramite le riflessioni ad alta voce dell’uomo e le immagini, il lettore è in grado di comprendere la sua storia e il suo modo di stare al mondo, tutti gli avvenimenti, un universo fatto di sentimenti sbiaditi. Il «terzo scatto», da cui trae ispirazione il titolo, come una scenografia rappresenta un unico atto come la vita, in cui le foto che immortalano un momento servono e si rivelano uno strumento fondamentale per non dimenticare mai completamente. Il materiale fotografico diventa la vera testimonianza: Musmeci racconta, tramite di esso, di una famiglia siciliana che ebbe un ruolo principale nell’organizzazione e nel finanziamento dell’operazione garibaldina di sbarco a Marsala. Alla perdita di memoria del protagonista segue lo sfaldamento del ricordo familiare, delle tradizioni, ma anche l’ideale unitario e repubblicano che aveva permesso di vincere i Borboni. Un memoir atipico di identità sovrapposte.

L’immagine si fa ricordo
Il testo è molto realistico, ci sono alcune espressioni gergali, un dialetto che emerge piano piano e si fa spazio tra le parole del protagonista: i resti ancestrali di una lingua, simbolo e certificazione di un passato che non torna più ma che affiora inconsciamente. Il testo affronta delle tematiche importanti che l’autore narra con una delicatezza assoluta, da un punto di vista innovativo, attraverso uno strumento comune e ampiamente utilizzato: le fotografie. Oggi l’uso eccessivo dell’immagine, la sovraesposizione rappresenta un pericolo, ma qualcosa di incisivo può essere utile in alcuni casi, soprattutto per alcune malattie, per evitare l’annullamento totale dell’individuo affetto. Un romanzo dai toni delicati che descrive realtà spesso ignorate: l’Alzheimer – o, come viene meglio definito dai medici, la “demenza vascolare” – la situazione degli anziani abbandonati in case di riposo, dimenticati dai parenti, la sofferenza dei familiari che convivono con queste dinamiche sepolti ogni giorno nel dimenticatoio da chi soffre di queste patologie.
Un testo di grande carica emotiva, con una trama costruita con discorsi diretti che proiettano direttamente chi legge nel racconto. I dialoghi hanno la valenza dell’immagine che descrive e definisce, un’immagine che diventa la vera protagonista del romanzo, un’immagine artificiale che si sostituisce al flusso, alla catena di ricordi appannati, come un tassello incastonato. Carlo barcolla e nel buio, presto dovrà dire addio a tutto, anche agli sprazzi della sua vita che si palesano e svaniscano come un flash. Sparisce la sua Sicilia, l’Italia, ma quel momento non è ancora arrivato.

Gilda Pucci

(direfarescrivere, anno XV, n. 157, febbraio 2019)
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