Anno XV, n. 158
marzo 2019
 
La cultura, probabilmente
Un americano affascinato dall’arte,
l’amore in Italia e il ritorno in patria,
in un flusso tragico e inaspettato
Matteo Pasut, per la Rondine edizioni, racconta la storia
di Brian, in un racconto intenso e fortemente drammatico
di Gilda Pucci
Una storia romantica iniziata tra i paesaggi sconfinati dell’Illinois per poi succedersi in mezzo alle colline toscane. Un dramma commovente, una routine spezzata che dai grattacieli di New York si sposta in Italia per poi concludersi con un finale davvero potente e inaspettato. Tutto questo è 99 piccoli passi di Matteo Pasut (pp. 148, € 9,90), il romanzo intimistico, profondo e sconvolgente pubblicato da la Rondine edizioni nel 2017.
I passi del titolo sono quelli mossi da una bambina che, con la sua figura discreta, con la sua ombra, è il fulcro, la vera protagonista della storia, nella quale un uomo appassionato e innamorato dell’arte che, dapprima gratificato per la sua dedizione, successivamente sarà punito brutalmente dalla sorte che gli impedisce di riunire in armonia famiglia e lavoro.
A volte si riscontra un’immaturità stilistica nell’autore, ma quello che potrebbe sembrare un difetto rende, invece, il racconto privo di formule nette donandogli un taglio certamente inaspettato.

Brian Baker: la gioia e il dolore della sua vita
Brian Baker, il personaggio principe della storia, fa ritorno negli Stati Uniti dopo un lungo periodo trascorso in Italia. L’uomo custodiva da sempre il sogno di studiare Arte, coronato grazie alla generosità di una vicina di casa che, durante la Seconda guerra mondiale, aveva vissuto un amore intenso proprio nel Belpaese: si fece così carico di tutte le spese d’istruzione del ragazzo permettendogli di trasferirsi, ancora giovane, a Firenze e lì frequentare l’università. In città avviene l’incontro con un vecchio restauratore di Arezzo che lo assume in bottega e, intuita la sua passione, ormai vecchio, gli cederà l’attività.
Tuttavia per Brian la svolta della vita arriva solo dopo l’incontro con Sarah della quale si innamora perdutamente soprattutto con l’arrivo della figlia, Marie Claire. Ma la sua vita cambierà drasticamente a causa di un orribile incidente dopo il quale niente sarà più come prima. Ed è proprio per cercare di radunare i cocci della sua esistenza e ritrovare un minimo di felicità che Brian torna a New York, ospite dell’arzilla madre di un amico, dove attende di conoscere un indirizzo ben preciso che gli verrà comunicato da una vecchia conoscenza. Lo scambio di pareri, il confronto quotidiano con Martin, un senzatetto incontrato per caso a Central Park e che, seduto su di una panchina, consente al giovane americano di “ritrovarsi” e raccontare la propria storia, di esprimere i suoi drammi e traumi, mentre ascolterà i frammenti di quella del vagabondo: tutto questo avviene nel corso della storia, portando il lettore a volerne sapere di più, trovandosi al contempo intrattenuto e invitato a riflettere.
Dopo pochi giorni, Brian riceve la notizia tanto attesa: l’indirizzo di una galleria d’arte ed è proprio lì che salutato il barbone, ormai divenuto un amico vero e sincero, si recherà per fare i conti con la sua storia d’amore terminata in tragedia, raggelando il sangue di chi legge.

Il messaggio pedagogico dell’autore
Novantanove piccoli passi sono i passaggi verso la consapevolezza che il lettore raggiunge scoprendo che si tratta di un avvincente romanzo, nonostante qualche acerbità nella costruzione dei dialoghi. Nonostante questo, l’autore ha saputo sciogliere egregiamente la matassa della trama, una storia nuova, particolare, vicina agli ultimi e ai dimenticati dalla società, rivolta a chi, nella propria esistenza, compie piccoli passi per ritrovarsi, per raggiungere un obiettivo, per realizzare con sacrificio un sogno; a chi attende una svolta, ma deve lottare e costruire, mattone su mattone, con pazienza, il concretizzarsi del proprio futuro. Piccoli passi verso l’amore, verso il perdono, il cambiamento, verso se stessi, verso la verità, mediante i quali si impara l’arte della resilienza. Interessante è questo continuo confronto tra il vecchio e il nuovo, ripreso in più versioni, dal mondo alla vita, fino al proprio essere.
Il libro svela i mille volti della vita e racconta l’importanza dei rapporti umani e della scrittura. La penna può essere appiglio, conforto, come possiamo leggere da un passo tratto dal romanzo: «sfogarsi, molte volte, ci aiuta a ripercorrere il nostro cammino. Scrivere sul taccuino, leggere un vecchio libro, parlare con persone appena conosciute. Come automedicazione, come rimedio, come sponda per l’avvio di un qualcosa di nuovo e bellissimo».
Un romanzo che porta alla riflessione e che, con la sua utilità psicologica e formativa, è certamente da consigliare.

Gilda Pucci

(direfarescrivere, anno XV, n. 156, gennaio 2019)
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